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Imprese, gestione snella dei Dpi

Gestione snella dei dispositivi individuali anti Covid-19 utilizzati in azienda per proteggersi dal virus (guanti, mascherine): dovranno infatti essere raccolti e trattati come rifiuti assimilati agli urbani, nell’indifferenziata, e non invece come rifiuti infettivi come accade presso le strutture sanitarie. A chiarirlo sono Iss e Ispra, in due recenti documenti che vanno in tale direzione (rapporto Iss Covid-19 n. 26/2020 e Rapporto Ispra sui Dpi usati). I due interventi sembrano confutare l’orientamento «cautelativo», consolidatosi in dottrina e nel mondo delle imprese e impianti di trattamento, che considera questi rifiuti potenzialmente infetti al pari di quelli provenienti dalle strutture sanitarie per evitarne la manipolazione. L’obiettivo è «sgravare da complicazioni di carattere economico e gestionale». Inoltre, solo qualche settimana fa un altro intervento ha riformato in maniera incerta la disciplina del deposito temporaneo.

Le indicazioni. A tre mesi dall’inizio della pandemia, arrivano le prime linee guida nazionali per la classificazione e corretta gestione dei rifiuti speciali da Dpi usati (mascherine e guanti), prodotti dalle imprese. Ad emanarle l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale e L’Istituto superiore di sanità (Iss) che finora si erano concentrati sui soli nuclei domestici.

Gli unici interventi sul tema erano arrivati da ordinanze regionali. Entrambi gli istituti intervengono su due aspetti chiave della questione: la possibilità di conferire i rifiuti al gestore pubblico e la classificazione, se cioè considerarli pericolosi o no sul piano della trasmissione del contagio.

La posizione Ispra. Il rapporto «I rifiuti costituiti da Dpi usati» di Ispra afferma che per le utenze i cui rifiuti sono assimilati agli urbani si dovrà far riferimento ai criteri di conferimento e raccolta dei rifiuti urbani, cioè a quanto disposto dai regolamenti comunali, salvo diverse classificazioni delle autorità territorialmente competenti. L’aspetto più interessante e innovativo riguarda però l’ipotesi dove non vi sia assimilazione. «Si ritiene, scrive l’Istituto, che la classificazione più corretta per i Dpi usati e divenuti rifiuti, prodotti da utenze del sistema produttivo i cui rifiuti non siano assimilati sulla base dei regolamenti comunali, sia da ricercare nel sub capitolo 1502». Tradotto, per i non addetti ai lavori, tali rifiuti non vanno necessariamente ricercati nel capitolo dei rifiuti a rischio infettivo (1801), a meno di evidenze specifiche.

Questa tesi confuta l’orientamento ormai consolidatosi tra esperti e addetti ai lavori secondo cui, poiché il virus vive sulle superfici potenzialmente per un certo numero di giorni e poiché esistono gli asintomatici, le mascherine e guanti usati anche da persone apparentemente sane vadano smaltiti cautelativamente alla stregua dei rifiuti sanitari (codice EER 180103* pericoloso).

I chiarimenti dell’Iss. Indicazioni ancora più esplicite arrivano dall’altro intervento parallelo, il Rapporto Iss Covid-19 n. 26/2020 «Indicazioni ad interim sulla gestione e smaltimento di mascherine e guanti monouso provenienti da utilizzo domestico e non domestico» del 18 maggio 2020. Sull’assimilazione il Rapporto chiarisce, per la prima volta, che «per quelle attività lavorative per le quali esistono già flussi di rifiuti assimilati ai rifiuti urbani indifferenziati, si raccomanda il conferimento di mascherine e guanti monouso con tali rifiuti». Si tratta di un’importante puntualizzazione, che va a chiarire un aspetto fino ad oggi controverso, se cioè i Dpi si potevano mettere nell’indifferenziato comunale sulla base dei regolamenti esistenti o se ciò fosse possibile solo in quelle regioni che lo hanno espressamente previsto con un’ordinanza (es. Lombardia, Emilia-Romagna).

Altrettanto esplicita l’indicazione come comportarsi in assenza di assimilazione e quindi con l’esigenza di classificare il rifiuto speciale: «Per le attività lavorative che non hanno già flussi di rifiuti assimilati ai rifiuti urbani indifferenziati, il codice in grado di rappresentare meglio la tipologia di rifiuto costituito dalle mascherine e i guanti monouso è l’EER 150203 (non pericoloso, ndr) assorbenti, materiali filtranti e indumenti protettivi non contaminati». Rispetto all’Ispra, che ammette la non pericolosità solo dopo aver escluso la pericolosità, l’Iss assegna direttamente un codice non pericoloso e di categoria diversa rispetto a quello degli infettivi, in considerazione del fatto che, sostiene, si tratta di mascherine per prevenzione utilizzate da persone sane, distinguendo dunque le situazioni con casi positivi da quelle dove l’uso di dpi è solo preventivo. In presenza invece di soggetti infetti si dovrà agire diversamente. L’intento, dichiarato, è di favorire le imprese, «sgravare sia le aziende sia le attività pubbliche e private da eventuali complicazioni di carattere economico e gestionale» ma queste disposizioni ribaltano l’approccio scientifico-cautelativo di classificare tutti i Dpi come potenzialmente infetti così da avviarli a termodistruzione evitando manipolazione.

Deposito temporaneo. A far discutere in questi giorni c’è un altro provvedimento che recentemente ha coinvolto le attività produttive, una modifica dei termini del deposito temporaneo, vale a dire l’insieme di limiti temporanei e quantitativi per tenere i rifiuti in azienda. La legge di conversione del decreto «Cura Italia» ha infatti previsto un raddoppio del quantitativo massimo ed esteso i limiti temporali a 18 mesi (prima 12). Tale modifica ha creato diversi dubbi interpretativi. Due esempi: non è chiarissimo se l’estensione dei limiti temporali investe tutti o no i criteri a scelta dei produttori per gestire il dp così come si esclude che per un anno e mezzo si possano accumulare tutti i rifiuti che si vuole. Essa inoltre non si raccorda con le altre norme speciali che prevedono limiti e modalità diverse per la gestione del deposito (es. la norma che regolamenta i rifiuti potenzialmente infetti).

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