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Imprese europee, diversificazione per restare in Cina

Tornare, rimanere o lasciare per sempre una Cina che nel 2020, a causa della pandemìa, non ha un obiettivo di crescita programmata? I voli business che ripartono da e per una decina di Paesi (anche europei) fanno ben sperare in una ripresa del business delle aziende europee, capitanate da quelle tedesche, su un mercato cruciale come quello cinese.

Ma la pandemìa ha scompaginato le carte, rendendo il terreno sempre più molle. Non è ottimista, dunque, il sentiment che emerge dal Business survey 2020 della Camera di commercio europea in Cina appena pubblicato: quel 47,9% delle 1.308 aziende-campione che hanno risposto al questionario Roland Berger risulta molto più pessimista rispetto ai primi sondaggi del 2020.

Davanti al contagio dilagante, la Camera, creata in Cina esattamente vent’anni fa, presieduta da Jorg Wuttke (si veda l’intervista del 3 giugno) già a febbraio aveva condotto un monitoraggio tra le Camere italiana, francese, austriaca, tedesca ricavandone una media del 10% di calo della crescita attesa rispetto a un Pil già in discesa sulle aspettative pre-Covid.

La Business survey 2020 indica che è tempo di serrare i ranghi e soprattutto di diversificare, per chi può farlo. Se il sentiment è generalmente favorevole a confermare le operazioni in Cina – si legge nel documento – «niente è garantito». Sarebbe quindi una sfida trovare molte aziende con una prospettiva così ottimistica ora, l’indagine fa un chiaro riferimento al risultato delle aziende tedesche: a marzo (si veda il grafico) il 41% delle società tedesche in Cina si dichiarava propensa a «considerare di ritardare o annullare le decisioni di investimento».

La guerra commerciale Usa-Cina, aggravata dalla pandemia, ha dimostrato infatti che l’eccessiva dipendenza da un singolo Paese può portare alla chiusura delle società. Rispetto alla Sars nel 2002/2003, quando la quota di esportazione manifatturiera cinese era solo dell’8%, la quota ora è del 19%. «Oggi più che mai la Cina deve rassicurare gli investitori creando un ambiente che crei fiducia nel Paese come anello affidabile nella catena di approvvigionamento globale», è il mionito della Camera europea in Cina.

Il nodo cruciale sono le Pmi e il loro futuro. Quelle con meno di 250 dipendenti sono le più colpite dalla volatilità economica rispetto alle grandi aziende. Solo il 46% ha registrato un aumento delle entrate nel 2019, rispetto al 56% delle società di categoria 2 (tra 251 e 1.000 dipendenti) e di categoria 3 (oltre 1.000 dipendenti).

Le Pmi saranno quindi anche le più colpite dagli effetti della pandemìa perché a loro manca la capacità di dirottare le proprie catene di approvvigionamento o di poggiare su ammortizzatori finanziari.

Già da tempo è in atto una delocalizzazione nel Sud-Est asiatico. Il Giappone sta aituando le aziende che vogliono tornare in Giappone con un fondo da due miliardi di dollari. Tuttavia, la maggior parte dei membri della Camera europea è principalmente rivolta a produrre per il mercato cinese, il cambio di rotta, in un certo senso, è più semplice: cercare ulteriori fornitori o diversificare l’approvvigionamento in tutto il mercato interno. L’obiettivo è garantire che blocchi produttivi particolarmente pesanti in una parte della Cina, come ad esempio nell’ Hubei durante l’epidemia di Covid-19, non abbiano un impatto così intenso sulle operazioni a valle.

A febbraio, le aziende iscritte alla Camera europea sono rimaste in larga parte impegnate nel mercato cinese, con solo l’11% dichiaratamente intenzionata a spostare gli investimenti attuali o in previsione su altri mercati. Ci sono anche multinazionali che esportano ancora parti della loro produzione dalla Cina per aggiungerle alle catene di approvvigionamento globali. per queste davvero non è chiaro come e se cambierà la strategia in vista di una dievrsificazione.

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