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Imprese contro l’anticipo dell’Iva

Industria in fibrillazione per l’articolo 3 della legge di Stabilità. La norma introduce, per l’Iva, il meccanismo dell’inversione contabile (il cosiddetto reverse charge) per i fornitori della grande distribuzione (ipermercati, supermercati e discount alimentari) e se il disegno di legge diverrà legge senza alcuna modifica, ci sarà un drenaggio di 8 miliardi di liquidità l’anno per le imprese industriali e probabilmente anche per la grande distribuzione.
«La misura prosciugherebbe la liquidità delle imprese alimentari – osserva Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare – L’impatto lo stimiamo nell’ordine di 8 miliardi di euro l’anno, quasi 670 milioni al mese. Insomma una perdita di liquidità enorme in un momento in cui le banche hanno stretto i cordoni della borsa. Nei fatti il reverse charge accelera il fallimento delle Pmi dell’alimentare e, in generale, avrà inevitabili conseguenze sul fronte degli investimenti e dell’occupazione».
Per Franco Biraghi, presidente degli industriali di Cuneo, si tratta «soltanto di un prestito forzoso e senza interessi concesso dalle aziende allo Stato. La sua portata è devastante: moltissime imprese fornitrici resteranno senza liquidità perché non incassando più l’Iva saranno costrette a chiedere un rimborso che riceveranno solo dopo anni di attesa e soltanto se saranno in grado di fornire una fideiussione». Come del resto accade nel comparto lattiero-caseario.
Problemi anche nella grande distribuzione, alle prese con la più grave crisi di redditività di sempre. «Il reverse charge – interviene Francesco Pugliese, ad di Conad – avrà effetti tre volte più pesanti di quelli indotti dall’introduzione dell’articolo 62 (termini tassativi di pagamento delle forniture, ndr). Con un’aliquota media Iva del 12%, l’esborso per Conad, che ha 12 miliardi di fatturato, sarà di 1,5 miliardi l’anno».
L’inversione contabile ideata dal Governo interviene in tutte le operazioni B2b in essere tra grande distribuzione e piccoli fornitori: in sostanza, si sposta l’obbligo di versamento dell’imposta sul valore aggiunto dalle piccole partite Iva alle catene commerciali. In questo modo secondo la legge le attenzioni dei verificatori si concentrerebbero solo su soggetti più “controllabili” e allo stesso tempo si ridurrebbero i passaggi della filiera nella fatturazione dell’Iva e soprattutto le possibilità per mettere in atto frodi o mancati versamenti dell’imposta. «Una bufala colossale – secondo Scordamaglia – Il reverse charge non serve affatto a combattere l’evasione fiscale. Non vedo volontà politica in questa norma, ma solo l’opera di burocrati di seconda fila». Federalimentare chiede la cancellazione della reverse charge.
Secondo gli industriali, l’applicazione dell’inversione contabile avrebbe anche effetti negativi indiretti: ridurrebbe la domanda sull’intera filiera agroalimentare e sul relativo indotto nazionale. In altre parole, i fornitori della Gdo cercherebbero di ridurre all’osso le operazioni di acquisto di forniture che vanno a incidere sulla formazione del credito Iva, acquistando materie prime e servizi disponibili sul mercato europeo.

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