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Imprese ancora nella morsa del fisco

Sembra quasi di vederle, certe aziende. Un capannone in zona industriale, macchinari in leasing e una quindicina di dipendenti. Un fatturato che sfiora i 2 milioni di euro e un bilancio che negli anni della crisi è rimasto in nero grazie alle commesse dall’estero. Un bilancio sul quale, però, il fisco non ha mai mollato la presa, con un tax rate medio che si attesta al 32,8% dei profitti, arrivando al 35,5% delle attività manifatturiere e al 36,4% di quelle commerciali (i due settori con più imprese) e sfiorando il 40% per le Pmi di molte grandi città (si veda l’articolo in basso). Ed è importante sottolineare che queste percentuali colpiscono i risultati ante-imposte, cioè quel che rimane dopo che i manager hanno fatto fronte a tutti gli altri costi, compresi i contributi previdenziali, il Tfr e le imposte diverse da Ires e Irap.
Le percentuali sono il risultato di un’imponente elaborazione di InfoCamere per Il Sole 24 Ore del lunedì su oltre 234mila bilanci depositati in formato elettronico (Xbrl) da altrettante società italiane per gli esercizi del triennio 2012-14.
L’aspetto più significativo è che non si vede ancora alcun segnale di riduzione generalizzata della pressione fiscale, nonostante i tanti annunci della politica e le tante microagevolazioni introdotte negli ultimi anni. Certo, l’incidenza media del prelievo nel 2014 cala dell’1,1% rispetto al 2012, ma è un dato che va letto con attenzione. Intanto, ci sono settori in cui rimane praticamente invariato (manifattura) e altri in cui fa registrare un aumento (energia, costruzioni, sanità, noleggio e servizi alle imprese). E poi bisogna ricordare che il tax rate di InfoCamere fotografa il peso dell’Ires e dell’Irap sulla voce di bilancio «Risultato prima delle imposte». Questo significa che il dato medio della pressione fiscale è in qualche modo legato ai conti aziendali, perché è vero che le aliquote sui redditi d’impresa sono proporzionali, ma l’ammontare dei tributi versati risente delle agevolazioni specifiche (come l’Ace per chi ricapitalizza l’azienda) e delle regole generali che disciplinano la trasformazione dei profitti civilistici in imponibili fiscali: valgano per tutti gli esempi dell’Imu, che è un costo ma è deducibile solo per il 20%, e delle spese di rappresentanza, anch’esse deducibili con delle limitazioni.
È probabile, allora, che la riduzione del tax rate risenta del leggero miglioramento dei conti registrato nel 2014, esercizio in cui – tra l’altro – la quota delle società in perdita è scesa dal 32,9 al 32 per cento. Sarebbe proprio il ritorno all’utile delle società che prima erano in rosso a diluire l’incidenza del prelievo in alcuni settori. La controprova è negli incrementi medi delle imposte versate da chi ha i conti in nero: nel settore manifatturiero, addirittura il 51,5% delle imprese ha pagato più tasse che nel 2013, con un aumento medio di oltre 62.500 euro.
Sarà interessante fare la prova del nove tra un po’ di tempo per verificare come le misure per alleggerire il prelievo, quali la deduzione integrale del costo del lavoro (prevista nella Finanziaria dello scorso anno), avranno dispiegato i loro effetti in termini di minore imposta dovuta. Intanto c’è all’orizzonte anche la prossima legge di Stabilità, che potrebbe dare un contributo alla riduzione del tax rate con un intervento mirato per il Mezzogiorno e con la revisione degli ammortamenti dei beni strumentali per consentire una maggiore deduzione del costo fiscale sostenuto dall’impresa per poi recuperarlo negli anni successivi. Mentre sarà il 2017 – secondo il cronoprogramma annunciato dal premier Renzi a luglio – l’anno per una sforbiciata vera e propria sulle imposte.

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