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Imprese, 200 mila a secco

«Per coprire i fabbisogni delle imprese a corto di liquidità si stima servano tra 70 e 100 miliardi; per coprire quelli delle sole pmi, tra 25 e 37 miliardi. La dotazione dei finanziamenti garantiti dal Fondo centrale e da Sace, previsti nel decreto Cura Italia, è quindi sufficiente, ma è fondamentale il fattore tempo: secondo le nostre stime, già ad aprile 180 mila società non avevano la liquidità per pagare fornitori e dipendenti e le procedure di erogazione dei prestiti hanno richiesto tempi non brevi». Così, Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved, commenta a ItaliaOggi Sette i principali rilievi del rapporto regionale 2020. «Un’analisi su un ampio campione di società di capitali (700 mila) indica che potrebbero entrare in crisi di liquidità a causa del Covid circa 200 mila imprese (60 mila pmi)e il numero potrebbe crescere fino a 236 mila (70 mila pmi) in caso di nuove ondate di contagi in autunno», spiega Mignanelli aggiungendo che «secondo i modelli di valutazione Cerved, le imprese a rischio di insolvenza potrebbero passare dal 10% del totale prima de Covid al 15%; nel caso di nuove ondate del contagio la quota potrebbe superare il 20%. La crescita del rischio riguarderebbe soprattutto le imprese piccole, quelle con poche riserve di liquidità e che operano nei settori maggiormente colpiti dal Covid, come tutta la filiera turistica o dei trasporti».

Quali sono le soluzioni per una ripresa solida? «L’immissione di liquidità nelle imprese più colpite dal Covid garantirà la loro sopravvivenza ma potrebbe rendere squilibrata la struttura finanziaria di un’ampia platea di imprese, che sarebbero gravate dai debiti», risponde l’a.d. di Cerved, «è necessario agganciare la ripresa per permettere a queste imprese di ripagare gli impegni presi. Ossia, è necessario utilizzare in modo razionale le risorse del recovery fund, accelerando la digitalizzazione del paese e promuovendo una ripresa della produttività. Anche la transizione sostenibile può rappresentare un motore di crescita e di ammodernamento del nostro sistema produttivo, con gli incentivi giusti. L’esperienza di Industria 4.0 è un precedente positivo di attivazione di meccanismi virtuosi per le imprese».

Stando a quanto rilevato dal rapporto, a dare forza alle misure a sostegno delle imprese e, in particolare, delle pmi è stato il «Quadro Temporaneo per misure di aiuto di Stato a supporto dell’economia nell’attuale emergenza Covid-19», adottato dalla Commissione europea il 19 marzo 2020 e rivisto e integrato da tre successivi provvedimenti (del 3 aprile; dell’8 maggio; del 29 giugno). Ciò ha rappresentato la base giuridica e sostanziale che ha consentito agli Stati membri di adottare una serie di misure per le imprese. In particolare, il governo italiano ha adottato un pacchetto di tre provvedimenti (i decreti legge Cura Italia, Liquidità e Rilancio, convertiti in leggi dal parlamento) che comprendono numerose misure a sostegno delle imprese. Si tratta di provvedimenti rilevanti e, infatti, in termini macroeconomici, secondo le stime di Bruegel Institute, si legge nel rapporto, l’Italia ha messo in campo l’azione di policy di contrasto al Covid-19 più consistente in Europa, complessivamente pari al 48,7% del pil 2019, seguita dalla Germania, con il 47,8%. Diversa è stata però la composizione dell’azione italiana: meno incisiva nel sostegno diretto (3,4%), più rilevante nei differimenti/sospensioni di pagamenti (13,2%) e massiccia nel sostegno indiretto della liquidità (32,1%), anche se calcolato in termini di attivazione finanziaria potenziale (volume dei prestiti, importi garantiti) e non di effettivo impatto sul bilancio pubblico.

Questo mix tra interventi di sostegno diretto e indiretto (più sbilanciato verso questi ultimi), però, ha modificato sensibilmente l’efficacia delle misure sulle pmi, soprattutto sul piano dell’esposizione debitoria verso banche e intermediari finanziari.

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