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Impresa familiare, rettifiche «per quote»

Nel caso di attribuzione di maggiore reddito all’imprenditore che partecipa ad un’impresa familiare, l’amministrazione non può imputarlo con percentuali differenti rispetto a quelle indicate in dichiarazione dai contribuenti interessati, salvo non contesti la titolarità delle quote. A precisarlo è la Ctp di Reggio Emilia, sezione III, con la sentenza 384/3/2014 depositata il 27 agosto scorso.
Ad un’impresa edile svolta sotto forma di impresa familiare, l’agenzia delle Entrate ha contestato un maggior reddito a seguito di asserite sottofatturazioni nella vendita di immobili. In particolare l’ufficio, dopo aver svolto indagini finanziarie nei confronti di alcuni acquirenti, ha rilevato una differenza tra il valore dichiarato e fatturato e quello della perizia eseguita dalla banca, cui i clienti si erano rivolti per ottenere il mutuo. Secondo l’ufficio, inoltre, era determinante che l’impresa nell’anno oggetto di controllo e nei precedenti avesse dichiarato redditi ritenuti bassi: applicando lo studio di settore emergeva una differenza di circa 55mila euro. Partendo da questo presupposto, i verificatori hanno individuato alcune movimentazioni sui conti dei clienti (per circa 38mila euro) giudicandoli pagamenti in nero per l’acquisto degli immobili. Ne conseguiva la contestazione di maggiori ricavi per 110mila euro.
L’ufficio inoltre, a fronte delle percentuali di partecipazione all’impresa familiare indicate in dichiarazione, rispettivamente del 51% in capo all’imprenditore e del 49% al coniuge, ha rettificato un maggior reddito dell’82% al primo e del 18% al secondo.
Il contribuente si è difeso eccependo, tra l’altro, l’arbitrarietà della ricostruzione dei maggiori ricavi sia per l’assenza di riscontri sia per gli importi contestati, ed evidenziando l’errore di attribuzione di quote differenti rispetto a quelle dichiarate.
La Ctp ha accolto il ricorso fornendo alcuni interessanti spunti interpretativi. Innanzitutto ha chiarito che la quantificazione del maggior reddito in capo all’impresa edile, come svolta dall’ufficio, non è coerente (importi differenti) né con lo scostamento dei ricavi emergente da Gerico né con i prelevamenti dei clienti sui propri conti, utilizzati, secondo la tesi dell’amministrazione, per il pagamento della parte non fatturata dell’immobile
Il valore indicato nelle perizie eseguite dalle banche, secondo i giudici reggiani, non può poi provare il valore in comune commercio degli immobili.
Per quanto riguarda, invece, l’attribuzione del reddito accertato in capo all’imprenditore e al familiare in misura differente da quella indicata in dichiarazione, la Ctp ha condivisibilmente rilevato che il reddito va imputato secondo le quote attestate dai partecipanti all’impresa indipendentemente dall’effettiva percezione.
Infatti, da un lato, il collaboratore familiare è tenuto a dichiarare la quota di utili, anche se non realmente corrisposti, dall’altro l’ufficio, che accerti maggiori redditi in capo all’impresa familiare non può imputarli solo al titolare, ma deve suddividerli tra i collaboratori proporzionalmente alle rispettive percentuali.

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