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Impresa familiare non in società

L’impresa familiare è incompatibile con la disciplina di qualsiasi tipo di società. Lo chiariscono le Sezioni unite civili con la sentenza n. 23676 depositata ieri. Viene così sciolto un nodo interpretativo creatosi a causa di un’assenza, quella, nel testo dell’articolo 230 bis del Codice civile, dell’esercizio in forma societaria di un’impresa familiare. Alla tesi più rigorista, quella poi sposata dalle Sezioni unite, se ne contrapponeva una più possibilista, con aperture soprattutto per le spa e le srl unipersonali e, con riguardo alle società a responsabilità limitata, anche con spiragli per il modello plurisoggettivo a causa dell’accentuarsi della connotazione personale acquisita con la riforma del diritto societario del 2003.
Nell’affrontare la questione, le Sezioni unite sottolineano come l’incertezza si sia venuta a creare anche per l’utilizzo da parte del legislatore del termine «impresa», definizione di per sè neutra, «lasciando adito alla possibile inclusione anche dell’impresa collettiva, esercitata in forma societaria». Tuttavia, l’elemento che maggioramente caratterizza l’impresa familiare, come delineata dal Codice, e la rende irriducibile a una qualsiasi tipologia societaria è la disciplina patrimoniale sulla partecipazione del familiare agli utili e ai beni acquistati con questi e anche agli incrementi dell’azienda, con riferimento all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato anche al di fuori dell’impresa e non in proporzione alla quota di partecipazione.
Ancora più stridente, osservano le Sezioni, con il sistema delle regole societarie è poi il riconoscimento di diritti corporativi al familiare del socio, «tale da introdurre un inedito metodo collegiale maggioritario, integrato con la presenza dei familiari dei soci, nelle decisioni concernenti l’impiego degli utili, degli incrementi e altresì la gestione straordinaria e gli indirizzi produttivi; e financo la cessazione dell’impresa stessa». Previsioni queste in contrasto insanabile con il diritto delle società, dove la titolarità delle decisioni è riservata, di volta in volta, ai soci o agli amministratori, in forme e competenze previste di solito da norme inderogabili, ma concordi nell’escludere soggetti estranei alla compagine sociale.
Va infine tenuto conto delle finalità del legislatore che ha introdotto l’istituto dell’impresa familiare nell’ambito della riforma del diritto di famiglia, a chiusura della parte dedicata al regime patrimoniale. Emerge allora con chiarezza come l’impresa familiare ha «natura residuale rispetto a ogni altro rapporto negoziale eventualmente configurabile». Una residualità che, puntualizza la sentenza, non può essere limitata al solo rapporto individuale tra imprenditore e familiare e cioè quando è possibile individuare, in concreto, un vero e proprio contratto associativo, eventualmente nella forma della società occulta, o di scambio (associazione in partecipazione, lavoro subordinato, opera intellettuale).

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