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Stato-imprenditore piani lunghi e manager stabili?

Di fronte alle crisi di grandi aziende, come Alitalia e Ilva, bisogna tornare all’azionariato pubblico? Non ho pregiudizi sulle imprese pubbliche. Ci sono imprese pubbliche ben gestite, come le Poste e le Ferrovie dello Stato negli ultimi 12 anni e imprese pubbliche che vanno male, come l’Atac a Roma e le molte che sono in continuo disavanzo. Anche per le aziende private ci sono casi di successo e casi fallimentari che si trascinano da anni. Mettere capitale pubblico per salvare Alitalia e Ilva potrebbe avere senso se lo Stato italiano avesse imparato, col tempo, a fare l’azionista. Ma purtroppo non è così. Anzi, col tempo lo Stato italiano ha perso la capacità di essere un azionista di lungo termine e si è messo a terremotare le sue aziende con il risultato di depotenziare la loro capacità di crescita e sopravvivenza.

Un frenetico spoil system
Un azionista di riferimento di una grande azienda deve essere capace di individuare obiettivi di medio/lungo termine, scegliere i manager adatti e assicurare loro una certa stabilità per il conseguimento di quegli obiettivi, cambiandoli solo in caso di inadeguatezza degli stessi. Così era stato, pur con diverse deviazioni, durante i primi due decenni del dopoguerra, quando le partecipazioni statali erano stabili e orientate al medio termine, con obiettivi condivisi da tutti e non rimessi in discussione ad ogni cambio di governo, che pure era frequente. Poi sono intervenuti gli anni 70 con le necessità di ristrutturazioni (crisi da petrolio), con l’avvento dei governi di coalizione e con il Partito socialista italiano intenzionato ad entrare «nella stanza dei bottoni», come si diceva allora. Si è così passati alla politicizzazione delle imprese pubbliche, con il risultato che obiettivi e management venivano cambiati in relazione al mutare delle coalizioni nei molti governi che si sono succeduti. Le privatizzazioni degli anni 90 hanno ridotto questo fenomeno per il contrarsi dell’area delle partecipazioni statali, anche se alcune di esse, come la Telecom e poi l’Alitalia, hanno continuato a soffrire di questa sindrome dell’instabilità manageriale anche in presenza di un azionariato privato.

Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto sette governi. I manager delle più importanti imprese pubbliche sono stati cambiati in continuazione, a volte senza neanche attendere le scadenze naturali, a seconda delle diverse alternanze politiche.

Con la crescita del ruolo di Cassa depositi e prestiti nell’azionariato delle imprese, questa instabilità di base si è diffusa a molte aziende anche di minori dimensioni. Basti pensare che negli ultimi dieci anni Cdp ha cambiato tre (anzi quattro) volte il suo vertice e ogni volta il governo di turno lo ha fatto per modificare la sua strategia e, di conseguenza, la strategia delle aziende controllate e quindi del management relativo. Non v’è dubbio che i diversi vertici di Cdp che si sono succeduti negli ultimi 10 anni erano tutti, senza eccezioni, composti da persone estremamente valide e professionali. Ma è anche indubbio che i governi che li hanno scelti (Monti, Renzi, Conte I e Conte II) avevano composizione politica e obiettivi diversi a cui questi manager hanno dovuto rispondere, introducendo perciò un fattore di instabilità.

La presenza dello Stato in un’azienda dovrebbe significare la presenza di un azionista stabile che persegue obiettivi di lungo termine. Se così fosse, le aziende di Stato non dovrebbero essere considerate strumento di governo (com’è ora) ma strumento della Nazione per la produzione di servizi efficienti, per lo sviluppo dell’economia e per la crescita del mercato.

Riportare lo Stato nell’azionariato di Ilva e di Alitalia con un qualche progetto e con un certo management presupporrebbe quindi che un simile progetto possa essere perseguito per un buon numero di anni, lasciando al management la responsabilità di attuare la strategia di risanamento e di rilancio. In altre parole, occorrerebbe depoliticizzare le nomine, una volta che si fossero decisi gli obiettivi da perseguire. Bisognerebbe attivare una sorta di «Fondazione per l’Interesse Pubblico» formata da personalità competenti e disinteressate a cui dare il compito di scegliere il management e controllarne l’azione. Il presidente della Repubblica e il Parlamento potrebbero essere le istituzioni deputate alla scelta di tali personalità a cui affidare tale compito per un tempo congruo.

Meglio il mercato
È questa una opzione possibile nel nostro Paese? Teoricamente sì. Ma le ripetute dichiarazioni d’intenti e tentativi di depoliticizzare la Rai stanno a dimostrare che questa opzione è molto improbabile. Quindi, meglio tentare di indirizzare l’economia senza necessariamente aumentare l’ambito delle imprese a controllo dello Stato, che deve essere fatto solo quando non ci sono alternative, come passaggio per una successiva rapida riprivatizzazione.

La via è quella di usare strumenti di mercato per raggiungere obiettivi di valenza sistemica. Ad esempio, la quotazione in Borsa e la riduzione della presenza pubblica sotto il 50% consente allo Stato di mantenere una capacità di indirizzo e di controllo dell’azienda, ma sottostando a precisi obblighi nei confronti degli altri azionisti e del mercato, com’è nel caso di Eni, Enel, Poste. Un’altra via può essere la costituzione di sgr capaci di investire su imprese, infrastrutture e fondi di private equity, con il controllo della Banca d’Italia, per lo sviluppo o la ristrutturazione di imprese. Anche l’uso intelligente della domanda pubblica per stimolare capacità imprenditoriali e tecnologiche del Paese deve essere una strada da perseguire.

Qualunque possa essere l’intervento dello Stato, resta sempre necessario che la gestione delle imprese sia sostenibile, generi un ritorno sul capitale investito e non sia un’operazione volta solo alla salvaguardia dell’occupazione.

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