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Imprenditore fallito che raggira, no truffa

L’imprenditore fallito che, con raggiri, incassa denaro dalla banca risponde solo di ricorso abusivo del credito e non anche di truffa. In sostanza non sussiste il concorso fra norme trovando applicazione la disposizione fallimentare. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 36985 del 3 settembre 2019, ha accolto il quarto motivo di ricorso presentato da un imprenditore che aveva portato allo sconto fatture false. La quinta sezione penale ha aderito la tesi con la quale la difesa dell’uomo ha smontato l’impianto accusatorio sul fronte della truffa. E ciò perché, hanno spiegato gli Ermellini, la norma in rapporto di specialità, il delitto di ricorso abusivo al credito, ha un’oggettività giuridica più ampia di quello di truffa. In entrambi i casi, tuttavia, vi è un comportamento truffaldino. Nel ricorso abusivo al credito l’imprenditore approfitta della condizione di ignoranza in cui il creditore si trova, astenendosi dal comunicargli le cattive condizioni patrimoniali o finanziarie in cui egli si trova. La sua condotta è simile a quella dell’insolvenza fraudolenta di cui all’art. 641 cod. pen. che pure rientra tra i delitti contro il patrimonio commessi mediante frode. Gli elementi che, invece, caratterizzano il ricorso abusivo al credito sono la natura propria del delitto di cui al citato art. 218 – che può essere commesso solo dall’imprenditore e dagli altri soggetti previsti da detta disposizione e non da chiunque, come invece previsto dall’art. 640 cod. pen. – e la necessità, per la configurabilità del delitto fallimentare, dell’intervento della pronuncia di fallimento. Infatti, il delitto di ricorso abusivo al credito, anche dopo la sua modifica per effetto dell’art. 32, comma 1, l. n. 262/2005, è punibile solo laddove intervenga la sentenza dichiarativa di fallimento. Per concludere, ad avviso del Collegio di legittimità, non vi è dubbio che tra le due norme sussista un rapporto di specialità che, ai sensi dell’art. 15 cod. pen., consente di individuare nell’art. 218 l. fall. la disposizione prevalente.

Debora Alberici

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