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Impregilo, stretta sull’intesa a Panama

Ore cruciali per provare a superare l’impasse che si è venuta a creare sul progetto di realizzazione del secondo Canale di Panama, teatro da inizio anno di un braccio di ferro tra il governo locale e il consorzio Gupc (guidato dalla spagnola Sacyr e composto da Salini-Impregilo, Jan de Nul e Cusa).
Ieri le diplomazie erano al lavoro sia sul fronte interno, Pietro Salini in tarda serata avrebbe incontrato il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi dopo alcuni contatti con Palazzo Chigi, sia sul fronte esterno con Manuel Manrique, numero uno del colosso iberico, nuovamente al tavolo con Jorge Quijano, amministratore delegato di Acp (Panama Canal Authority). L’obiettivo, nell’interesse di tutti, è evidentemente quello di trovare una soluzione condivisa che permetta di sorpassare lo stallo. Lo stesso presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, si è espresso così ieri: «Auspico che si arrivi a una composizione amichevole del contenzioso affinché un’opera straordinaria come il raddoppio del canale possa essere conclusa nel migliore dei modi, per cogliere l’obiettivo di un’ulteriore crescita dei flussi commerciali internazionali».E proprio di una composizione amichevole si sarebbe discusso ieri. Intesa che, secondo quanto si apprende da fonti del consorzio, punterebbe a individuare una cifra accettabile sulla quale poi avviare, come garanzia, un arbitraggio internazionale che certifichi la congruità della somma ancora da versare per completare il secondo canale. Nel dettaglio, come emerso recentemente, la maxi opera, del valore superiore ai 5 miliardi di dollari, ha incamerato extra costi per quasi 1,6 miliardi di dollari. La Repubblica di Panama si è fatta carico di 750 milioni di dollari di spesa extra mentre altri 300 milioni sono stati garantiti dai soci del consorzio. Mancano tuttavia all’appello circa 500 milioni per poter concludere il “valico” e questa somma potrebbe essere così ripartita: 400 milioni da Panama e 100 milioni dal consorzio. Con l’aggiunta, però, di un arbitraggio internazionale che si esprima sul corretto valore della somma. Una sorta di garanzia postuma che permetterebbe di non stoppare i lavori e di completare la maxi opera. Su questo, insomma, si starebbe ragionando nelle ultime ore nella speranza di trovare una quadra che faccia l’interesse di tutte le parti in causa.
Il «raddoppio» del traforo lungo 81 chilometri, che unisce i due Oceani, Atlantico e Pacifico, è un progetto arrivato quasi al termine e che proprio a un passo dalla fine lavori è diventato una sorta di caso internazionale. E questo, fondamentalmente, per colpa del basalto, ossia a causa di un problema geologico. Il progetto tecnico del canale prevedeva che i costruttori riutilizzassero la roccia estratta dallo scavo come componente per il calcestruzzo con cui realizzare le paratoie del canale e delle chiuse. Si è poi scoperto, però, che quella miscela non poteva essere utilizzabile. Di qui la conseguente levitazione dei costi: 1,6 miliardi aggiuntivi sui quali è scattato il braccio di ferro tra governo e consorzio. Con quest’ultimo pronto a stoppare i lavori e Panama intenzionata ad affidare l’opera ad altri se tra le parti non si dovesse trovare un’intesa. Accordo che permetterebbe la conclusione lavori e di aprire il secondo “valico” evitando peraltro un danno economico considerevole al paese. Si stima, infatti, che a regime i pedaggi potrebbero arrivare fino a 6,5 miliardi di dollari l’anno.

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