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Impregilo, il primo round va a Salini

L’attesa assemblea Impregilo finisce in una bolla di sapone. Sei ore di riunione-fiume per decidere se votare o rinviare tutto a settembre, in un’atmosfera incandescente tra urla e claque di”tifosi”. Alla fine il voto sulla revoca del cda non s’è fatta: slitta di cinque giorni. Il d-day, la battaglia finale tra le famiglie Gavio e Salini per la conquista del più grande costruttore italiano, è dunque rimandato alla settimana prossima, il 17 luglio. Assemblea inutile? Tutt’altro, perché sono arrivati segnali pesanti: Salini boccia il rinvio a dopo l’estate e annusa odore di vittoria. Gavio esce sconfitto dal primo round. Ma soprattutto il voto di ieri è stato un test assai significativo per quello futuro: se rimarranno intatte le percentuali e i partecipanti, all’assemblea di martedì Salini, in teoria, ha la maggioranza in tasca. Subito a inizio assemblea, a sorpresa prende la parola un elegante Sergio Cusani (l’ex indagato chiave di Mani Pulite, ora paladino della governance e del mercato). Gavio gioca la carta del rinvio: Bruno Binasco, il braccio destro di Beniamino Gavio, propone di posporre l’assemblea al 3 settembre, dopo che la sera prima il Tribunale di Milano aveva respinto un ricordo d’urgenza proposto proprio da Gavio fissando l’udienza per il 22 agosto. Scoppia la bagarre: è rivolta sul fronte Salini, dove Pietro accusa di scorrettezze Gavio. Gli fa da spalla il super-avvocato d’affari Sergio Erede, mattatore di un’assemblea scandita da suoi interventi che suscitano le ire e i mugugni della sala. Il decano dei legali societari ingaggia una battaglia personale, in punta di diritto, contro Fabrizio Palenzona, presidente di Impregilo eletto poche settimane fa al posto di Massimo Ponzellini. Quello di Gavio è un doppio affondo: far slittare il voto serve per evitare di decidere prima che il giudice si pronunci, ma è anche evidente che il ritardo mette sotto pressione Salini, che più passa il tempo più rischia di dover rientrare dell’esposizione su Impregilo (per acquistare il 29% della quale ha usato gli anticipi sui cantieri e ha dato in pegno il 15% delle azioni stesse). Secondo attacco, Gavio chiede il congelamento delle deleghe perché si vota per un motivo diverso da quello per cui le deleghe sono state raccolte. Né Igli, che ha raccolto meno dell’1%, nè Salini, forte di un 2%, potranno dunque conteggiare i voti di terzi raccolti.
Un «colpo basso» lo definisce Erede, perché la rinuncia alle deleghe penalizza di più Salini che Gavio nella rinuncia alle deleghe. La discussione diventa accesa con Salini che alza i toni e il presidente Palenzona, al debutto in un’assemblea Impregilo ma il vero match-man quanto a tempra e capacità gestionale, spedisce tutti a pranzo. La pausa non raffredda, però, gli animi. Alla ripresa dei lavori, anzi, il clima si fa addirittura da stadio con urla, applausi e fischi, fino al momento più teso in cui un visibilmente scioccato Binasco, che pure è un manager navigato, viene interrotto mentre parla da Salini e l’uomo di Gavio lascia polemicamente il palcoscenico bollando come «maleducato» Salini. Solo il piglio di Palenzona evita che l’assemblea degeneri: si prende la responsabilità e decide che si voterà sulla proposta di rinvio e lo si farà senza deleghe, motivando la scelta come un atto dovuto in attesa del giudizio del Tribunale, nonostante Salini continui a protestare. La votazione lascia tutti di stucco: Gavio va sotto, nonostante abbia raccolto più voti in assoluto (158,088 milioni di voti contro i 158,002 di Salini), ma perché passasse il rinvio ci voleva la maggioranza e astenuti (137.161) e non votanti (383mila) non hanno fatto raggiungere il quorum a Gavio. A quel punto Palenzona riaggiorna l’assemblea al 17 luglio. «Non è una decisione di mercato, ma non possiamo opporci» lamenta ancora Salini che in realtà gongola per come si sono messe le cose. Si va al secondo, e si spera definitivo, round.

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