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«Impregilo, il 25% a Wall Street Adesso crescita a doppia cifra»

Cresce non solo il flottante ma anche l’azionariato estero in Salini Impregilo, primo gruppo italiano di costruzioni. Nel collocamento appena concluso — che ha fatto scendere la controllante Salini Costruttori al 60% — gli acquisti sono arrivati soprattutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, oltre all’Italia. I due fronti anglosassoni, in totale, salgono al 20% del capitale della società, con gli Usa all’8-9% (un quarto del collocamento) e la Gran Bretagna al 12-13%. Certo, sulle grandi piazze finanziarie come Londra o New York lavorano investitori da tutto il mondo. E Salini Costruttori, la controllante di famiglia, resta al 60%. E’ comunque plausibile che in quel 40% di flottante si muovano molti investitori internazionali. I numeri arrivano direttamente dall’amministratore delegato Pietro Salini. Che aggiunge un 8-9% di capitale acquistato dalla piazza francese. 
E’ possibile che la vostra controllante scenda ancora?
«Adesso questa non è una necessità. Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo posti per la patrimonializzazione del gruppo. In ogni caso, la controllante Salini Costruttori deve gestire la sua quota al meglio: se si presentano occasioni di crescita non escludiamo l’idea di confrontarci con altri soci, anche se la cosa non è ora all’orizzonte. Se ci fossero opportunità di aggregazioni con altri operatori, che ci offrono vantaggi come una migliore distribuzione geografica, allora potremmo prenderle in considerazione. Non è la nostra quota che fa premio su tutto, bensì lo sviluppo della società. Non stiamo ora esaminando dossier specifici ma siamo aperti a occasioni per valutare una crescita del gruppo non solo per linee organiche».
Come impiegherete le risorse raccolte con il collocamento chiuso venerdì, in particolare i 165 milioni dell’aumento di capitale di Salini Impregilo e i 347 milioni incamerati da Salini Costruttori per la vendita delle azioni?
«Innanzitutto la controllante rimborsa oggi, mercoledì, un debito da 65 milioni verso Salini Impregilo. Quindi le risorse fresche in mano a quest’ultima salgono da 165 a 230 milioni. Anche in Salini Impregilo uno dei nodi sarà la diminuzione del debito, con un alleggerimento degli interessi passivi e il rafforzamento della struttura patrimoniale. L’obiettivo su questo versante è arrivare a un rating “investment grade” entro la fine dell’anno».
E sul fronte della crescita e delle nuove commesse?
«Puntiamo a una crescita del 16% composto all’anno nel mondo, in un mercato che sale del 10% in termini di infrastrutture. Quanto ai singoli Paesi, intendiamo per esempio insistere sulla piazza australiana e crescere di peso negli Stati Uniti e in Medio Oriente».
Come sta procedendo la commessa per l’ampliamento del Canale di Panama — in un consorzio italospagnolo — alle prese con un contenzioso con le autorità locali?
«Abbiamo creato le condizioni per recuperare i soldi portati a perdita in passato e pensiamo che l’opera possa concludersi in tempi rapidi e il contenzioso possa risolversi velocemente. Vogliamo recuperare quello che è nostro: una cosa che, se avessimo avuto dimensioni più piccole, non sarebbe stata possibile. L’ampliamento del Canale di Panama è uno dei 120 cantieri su cui stiamo lavorando, e neanche la commessa più grande».
E lo stato dell’arte sulla cessione di Todini?
«Sono arrivate diverse richieste di interesse: le stiamo valutando per valorizzare al meglio gli asset in questione».
Come sono i rapporti tra soci all’interno della sua famiglia?
«Abbiamo fatto tutte le operazioni di patrimonializzazione con l’unanimità in consiglio e in assemblea. In passato ci sono stati problemi sulle decisioni da prendere, ma sono stati superati. Ciò non toglie che, comunque, sia più difficile gestire una famiglia di un’azienda».
Anche di un gruppo post-fusione come Salini Impregilo, con le prevedibili duplicazioni di funzioni?
«La nostra è una fusione senza esuberi. Una parte delle possibili duplicazioni viene assorbita dalla crescita del gruppo, che alimenterà poi le prossime assunzioni: fino a 15 mila in tutto il mondo secondo gli obiettivi del piano industriale».
Con l’obiettivo di crescere in un mercato di concorrenti stranieri più grandi?
«Siamo un’eccellenza italiana nel mondo e non guardiamo alle altre aziende con sudditanza: essere più grandi non significa essere più capaci».
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