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“Impregilo ha bisogno della scossa la fusione con noi fa bene a tutti”

Pietro Salini, ad del gruppo romano di costruzioni, si candida a guidare Impregilo, e se il mercato gli darà fiducia, a redistribuire 800 milioni di cedola. Perché è convinto che fusa con Salini, Impregilo avrà le risorse per crescere di più.
Come è nata l’idea di rastrellare il 29,94% di Impregilo?
«La crescita per linee interne non può essere fatta oltre un certo livello. Dopo l’operazione di Todini abbiamo scoperto e imparato che eravamo bravi a integrare aziende. Così un anno e mezzo fa abbiamo chiesto ad alcune banche di selezionare aziende integrabili con Salini. Sono state le stesse Mediobanca e Unicredit, che oggi dicono che questa operazione non si può fare, a consigliarci Impregilo».
Perché proprio quell’azienda?
«Perché è un’azienda italiana, quindi più facile da integrare per cultura e logistica.
Inoltre Impregilo era una public company quotata, con un socio al 29%, a sua volta controllato da tre azionisti, e nessuno con la nostra esperienza nelle costruzioni. Poi perché aveva un’ottima fama internazionale e una buona struttura che, con manager adeguati, potrebbe esprimersi al meglio».
Avete studiato i vantaggi di un’eventuale fusione?
«Certo. Crediamo che mettendo insieme le forze nascerebbero notevoli sinergie sui ricavi, ben superiori ai 100 milioni di risparmi di costi che scaturirebbero dalla fusione. Senza contare i vantaggi impliciti dall’essere presenti in 60 paesi e con competenze allargate
».
La Salini-Impregilo dovrebbe concentrarsi sulle costruzioni o anche nelle concessioni?
«La nostra idea è che occorre adottare un modello misto: prendere le concessioni solo in fase di start up, quando hanno una redditività alta. E venderle quando il rendimento scende sotto il costo del capitale».
Ma Impregilo con Ecorodovias ha moltiplicato per 10 l’investimento…
«Ammetto che è stata una grande creazione di valore. Ma ugualmente anche il management di Impregilo dovrebbe riconoscere che è il momento di valorizzare quell’asset. Con più capitale si possono vincere nuove commesse, anche nelle concessioni, ma dove le seconde siano un mezzo per realizzare i lavori e non rappresentino il fine ultimo del business delle costruzioni. Non si può tenere in portafoglio una partecipazione che rende il 5% con un costo medio ponderato del
capitale del 13-14%».
Quanto si può ricavare dalla vendita di tutta la quota in Ecorodovias?
«Con un’asta competitiva si possono ottenere fino a 800 milioni di risorse da redistribuire con un dividendo
straordinario».
Come realizzare la fusione a due, se Gavio non è d’accordo?
«Noi crediamo che questo sia un progetto importante che crea valore per tutti, non per Salini o Gavio, ma per Impregilo. I toni di questa vicenda
si sono inaspriti, mentre la strategia andava convergendo. Impregilo, che si era detta contraria alla vendita di Ecorodovias, ora è pronta a cederne una parte e non esclude di remunerare di più i soci. Quando le idee sono buone prevalgono sui conflitti. Comunque, a nostro giudizio, il management Impregilo resta inadeguato».
Se le interessa solo il bene di Impregilo, perché anziché far leva sull’illegalità dell’oggetto sociale non ha chiesto un’assemblea per modificare lo statuto?
«Perché siamo un outsider che ha fatto un’operazione fuori dal sistema, e l’unico modo che avevamo per rappresentare un problema esistente era alzare la voce. Ma siamo disponibili a votare una modifica dello statuto Impregilo, che inserisca le concessioni. Non siamo disponibili a farlo, però, se la società si arrocca in posizioni indifendibili come quella che di non vendere per principio la partecipazione brasiliana».
Perché avete creato la Salini spa conferendo tutte le attività operative?
«Salini spa è il veicolo con cui condurre l’operazione con Impregilo, o eventualmente quotare il nostro gruppo. A differenza di quanto si dice, Salini spa è sana e trasparente, e ha fornito le informazioni necessarie al mercato. Il bilancio di Salini Costruttori verrà invece approvato il 16 luglio, come consuetudine».
Come è stata finanziata l’operazione?
«Attingendo alla cassa della società operativa, che deriva anche da anticipi di lavori ma non solo. Peraltro l’investimento in Impregilo è ritenuto strategico, così a fronte del costo, circa 300 milioni, non corrisponde all’attivo una valorizzazione a prezzi di mercato, che implicherebbe una plusvalenza potenziale interessante».
Il debito che ad aprile era di 286 milioni è sostenibile?
«Assolutamente sì, anche se abbiamo scelto di finanziarci in parte dando in pegno alle banche metà del pacchetto acquisito. Abbiamo pochi debiti, anzi: se vendessimo per ipotesi la quota in Impregilo, ci troveremmo con 70 milioni di liquidità ».
I suoi soci di famiglia erano d’accordo a rilevare il 29% di Impregilo?
«Direi di sì, visto che un esponente dell’altro ramo dell’azionariato, mio cugino Simon Pietro, è tra i candidati del cda Impregilo che abbiamo intenzione di nominare al posto dell’attuale».
Perché alcuni, come Claudio Salini, hanno cambiato idea?
«Non è un tema che mi appassioni, ma parliamo di un socio che possiede 24mila azioni su 120 milioni, ha rapporti di lavoro con Gavio e s’è fregiato del nostro nome per la sua attività di costruzioni finché per due volte un tribunale gli ha impedito di farlo».
Se oggi perderete in assemblea resterete soci di Impregilo?
«Ripetiamo che la quota è strategica, se dovessimo perdere al voto valuteremo il da farsi».
Non sarebbe, come dice lei, “allocazione inefficiente del capitale”?
«No se la società ha risorse in eccesso per 800 milioni che possono essere distribuite»,
Come gestirebbe i conflitti, se per ipotesi oggi diventasse ammini-stratore sia di Salini spa che di Impregilo?
«Proponendo al cda, composto in maggior parte da indipendenti, una più stringente procedura di parti correlate, con pareri vincolanti del relativo Comitato supportati da advisor terzi per ogni operazione in potenziale conflitto d’interesse».

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