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Impregilo: avanti coi lavori a Panama

Si sblocca, in parte, l’«Affaire Panama», querelle internazionale da 6 miliardi di dollari. Il consorzio italo-spagnolo Salini-Sacyr rinvia il blocco dei lavori per il secondo canale, impantanatosi su 1,6 miliardi di costi imprevisti che Panama non vuole pagare. È un segnale di scongelamento del braccio di ferro tra il piccolo (ma geopoliticamente strategico) stato centramericano e i due big delle costruzioni che hanno ottenuto l’appalto per la maxi-opera (82 chilometri di canale artificiale): di fatto Salini-Impregilo e Sacyr accettano la mediazione della Commissione Europea. Che prevede il co-finanziamento degli extra-costi. Ma da Panama arriva l’ennesima doccia fredda: rispedita al mittente la proposta conciliativa. Lo stato prosegue dunque il muro contro muro.
Dopo tre settimane di braccio di ferro, si è evitato, allo scadere dell’ultimatum, il blocco dei lavori. Il tandem italo-spagnolo ha accettato la proposta del vice-presidente della Commissione Europea Antonio Tajani di condividere a metà gli extra-costi, in attesa che si pronunci un arbitro internazionale. Così facendo si garantirebbe la fine dei lavori e la certezza del rimborso, una volta che l’arbitrato avrà stabilito chi ha ragione.
A ridosso del D-day, lo spettro del minacciato blocco dei lavori rischiava di diventare realtà. In Zona Cesarini il fronte europeo offre però una mano tesa: il consorzio non blocca i lavori dando la disponibilità ad accogliere la «Proposta Tajani». È solo un rinvio, ma segna un compattamento e una posizione unitaria.
Di fronte all’ennesimo «niet» di Panama, stamattina sarà lo stesso Tajani che parlerà con il presidente di Panama, Ricardo Martinelli. Si spera di convincere il governo ad accettare la proposta: la posizione talebana di Panama appare abbastanza miope, d’altronde. Un blocco dei lavori penalizza entrambi e soprattutto il paese che vede sfumare la possibilità di incassare, già a partire dal 2015, ricchi pedaggi (si stima 2,5 miliardi di dollari l’anno che arriveranno a 6 miliardi a regime). Al canale lavorano 10mila persone e la chiusura costa 25 milioni di euro a settimana. Secondo alcuni analisti, la posizione irremovibile servirebbe a spaccare il consorzio: ma con i due costruttori ora compatti attorno alla Ue, scesa in campo come mediatore, se tira troppo la corda Panama rischia di auto-isolarsi.
A oggi la costruzione del secondo canale è ormai al 70% e tecnicamente nulla impedisce che si possa raggiungere il traguardo. C’è solo una cosa che può bloccare il progetto: la difficile situazione finanziaria a causa dei costi addizionali, causati da un problema geologico (la roccia di basalto scavata non è ri-utilizzabile per fare il calcestruzzo, come inizialmente si pensava). I costi sono stati ampiamente documentati e verificati dallo stesso committente. E in più sono stati verificati da un audit specifico effettuato da esperti indipendenti. Il nodo non è dunque se questi costi imprevisti siano reali o meno: lo scontro è su su chi debba pagarli, se il committente Panama o se i costruttori. Il consorzio non sta chiedendo profitti extra: quello che chiede è il cofinanziamento dei costi imprevisti in attesa della decisione finale, spettante a un giudice terzo. In questo modo, le risorse finanziate dall’Autorità del Canale sono completamente tutelate fino all’esito dell’arbitrato sulla responsabilità delle parti sui sovraccosti: quelle somme sono coperte da garanzie bancarie e dalle assicurazioni ottenute dal consorzio.
Nel caso non si arrivasse a nessun accordo sul finanziamento, i lavori non potranno essere conclusi nei termini previsti e si determinerà un grave ritardo, con danni per tutte le parti. Invece, un accordo consentirà di concludere i lavori nel 2015, permettendo un’immediata generazione di ricchezza per tutti i panamensi e apporterà significativi benefici a tutti coloro che, confidando nell’ampliamento del Canale nel minor tempo possibile, hanno già effettuato ingenti investimenti.
Nel fine settimana anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, era intervenuto sulla questione. «È una situazione stranissima – ha detto – con lavori eseguiti al 70% prendere un orientamento diverso diventa di difficile comprensione. A livello tecnico gli italiani stanno lavorando molto bene, anche la mia azienda è coinvolta. Non riesco a capire, c’é qualcosa che ci sfugge a livello politico locale».

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