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Imposte locali +248% negli ultimi vent’anni. Roma la più tartassata

ROMA
Le Tasse locali sono aumentate troppo negli ultimi vent’anni. Ben più di quelle statali. Messe su una asse cartesiano la loro curva s’impenna a cominciare dal 1995 e, a parte piccoli cali, continua a puntare decisa verso l’alto. Lo denuncia la Confcommercio, con uno studio in collaborazione con il Cer, sul ventennio del Federalismo fiscale. Se lo Stato ha aumentato le tasse del 71,2 per cento in questi due decenni, l’imposizione degli enti locali è salita oltre il 248,8 per cento, tanto da costare in media 4000 euro l’anno a ogni famiglia. Ma non basta. I balzelli imposti da Comuni e Regioni sono anche iniqui perché i n pratica è saltato ogni criterio di proporzionalità.
Ogni ente locale fa da sé. Ci sono aliquote differenti, ma anche metodi di calcolo differenti. L’addizionale regionale Irpef è calcolata per scaglioni a Campobasso, in modo proporzionale a Napoli. «In Italia – ha denunciato Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommerio, presentando lo studio ieri a Roma – ci sono un numero imprecisato, nell’ordine di migliai di differenti aliquote Irpef ». E questo vale per tutti, famiglie e imprese. Una babele che intacca anche il principio di concorrenza. Aprire una pizzeria nel Nord Italia piuttosto che da Roma in giù, costa meno. Uno scarto che tra la Capitale e Trento può arrivare fino al 13,5% per cento. In media tra Nord e Sud c’è lo stesso differenziale, attorno al 4 per cento, che c’è tra l’Italia e la Germania, per non parlare di paesi come l’Irlanda. Ma anche vivere in una città piuttosto che in un’altra non è lo stesso. Un contribuente romano con imponibile Irap e Irpef pari a 50mila euro paga 2mila euro l’anno in più del “collega” trentino, mille in più di un milanese e 1.550 in più di un fiorentino. «Gli studi sulla mobilità del federalismo fiscale – aggiunge Bella – mostrano che le imposte influiscono anche sulle decisioni residenziali. Ma la cosa più iniqua è che il livello di tassazione non corrisponde affatto ai servizi offerti ».
Come dire che pagare di più non significa avere ottimi ospedali o servizi di raccolta dei rifiuti migliori. Anzi, a volte è il contrario.
«Le nostre imprese – ha detto il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli – non vogliono e non possono più pagare il conto di enti pubblici inefficienti. E soprattutto non vogliono subire trattamenti discriminatori nel pagamento delle tasse locali».
Sangalli, pur riconoscendo che la spesa pubblica corrente si è finalmente ridotta nel 2015, è convinto che gli sforzi fatti non siano sufficienti per far ripartire l’economia. E al governo torna a dire di tagliare le tasse su imprese e famiglie e di ridurre la spesa pubblica inefficiente. I tagli fatti insomma ci sono ma sono insufficienti.
Sulla casa la Confcomercio riconosce però al governo il taglio della Tasi. Nel 2016 ci sarà un calo del 19 per cento delle imposte suggli immobili grazie alla riduzione sulla prima casa. Tasse che in pochi anni (dal 2011 al 2015) sono cresciute del 143 per cento. Il balzello sui rifiuti ha visto invece un’impennata del del 50 per cento. E il futuro? Il peso delle imposte dirette locali resterà fermo al suo livello massimo (2,2% del Pil) per tutto il 2016, per scendere solo nel 2017.
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