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Imposte estere, credito ampio

Il nuovo ravvedimento operoso salva il credito di imposta per le imposte pagate all’estero: infatti, attraverso l’integrazione della dichiarazione originaria nei termini per l’accertamento, il reddito estero è da considerarsi dichiarato. E, quindi, anche il corrispondente credito potrà essere evidenziato. Sempre a condizione che l’imposta estera sia da considerarsi come definitiva. È questo uno dei chiarimenti contenuti nella circolare dell’Agenzia delle entrate n. 9 di ieri con la quale l’amministrazione finanziaria ha fornito indicazioni in merito al funzionamento delle disposizioni contenute nell’articolo 165 del Tuir. Cioè quella disposizione che regola, appunto, la possibilità di «ridurre» l’imposta italiana dovuta nel caso in cui alla formazione del reddito complessivo concorra anche un reddito che è stato prodotto in uno stato estero.

La definitività dell’imposta estera. Su questo aspetto il documento di prassi di ieri ribadisce, di fatto, concetti che l’amministrazione finanziaria aveva fornito anche in precedenti documenti. Il principio di definitività, infatti, è da intendersi come corrispondente a quello di non ripetibilità, cioè il fatto che la stessa non sia più suscettibile di modificazione a favore del contribuente. Al contrario, invece, non possono essere considerate definitive le imposte pagate in acconto o in via provvisoria e quelle per le quali è prevista, sin dal momento del pagamento, la possibilità di rimborso totale o parziale anche mediante compensazione con altre imposte dovute nello stato estero. Le imposte estere si considerano corrisposte a titolo definitivo quando nel periodo di imposta esse sono versate al fisco estero, non rilevando, su tale aspetto, il periodo di imposta in cui il beneficiario è venuto in possesso della relativa certificazione. Sul punto, inoltre, l’amministrazione finanziaria elenca una serie di documenti in base ai quali l’imposta estera potrà considerarsi come definitiva.

L’omessa dichiarazione dei redditi prodotti all’estero. Un’importante parte della circolare è dedicata all’illustrazione del contenuto del comma 8 dell’articolo 165 del Tuir che, secondo l’amministrazione finanziaria, deve essere interpretato nel senso che l’omessa presentazione della dichiarazione ovvero l’omessa indicazione del reddito estero preclude, in linea di principio, la fruizione del credito di imposta.

Sul primo tema, cioè quello della omessa presentazione della dichiarazione, l’Agenzia rammenta come tale violazione possa essere comunque sanata entro i 90 giorni successivi alla scadenza del termine ordinario secondo quanto previsto dall’articolo 2, comma 7, del dpr n. 322 del 1998. In questo caso, dunque, compete pienamente la possibilità di computare il credito di imposta .

L’altro aspetto è quello più delicato e comprende il caso dell’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del reddito prodotto all’estero. In via preliminare la circolare chiarisce che tale ipotesi si verifica nel caso in cui, nella dichiarazione, non risulti indicato un reddito estero derivante dalla medesima fonte produttiva e appartenente alla medesima categoria reddituale. Quindi, la decadenza della possibilità di fruizione del credito non opera nel caso in cui il soggetto residente abbia parzialmente dichiarato il reddito di impresa prodotto da una propria stabile organizzazione all’estero. La parte di maggiore rilevanza della circolare, su questo tema, è il coordinamento che l’Agenzia delle entrate formula in relazione alle nuove disposizioni in materia di dichiarazioni integrative e di ravvedimento operoso. Alla luce della formulazione delle norme in vigore dal 1° gennaio 2015 viene chiarito come, integrando le dichiarazioni precedenti con l’indicazione del reddito originariamente omesso, viene sanata la relativa violazione. Quindi il reddito è da considerarsi dichiarato e compete al contribuente la detrazione delle imposte pagate all’estero. Con la dichiarazione integrativa a sfavore, e dunque con il ravvedimento operoso, la regolarizzazione della posizione dei contribuenti consente di sanare gli errori e le omissioni che hanno generato la dichiarazione di un minor reddito, di una minore imposta ovvero di un maggior credito. Per conseguenza, il riconoscimento del credito di imposta estero nel caso di presentazione di dichiarazione integrativa a sfavore (e quindi effettuando un ravvedimento) secondo l’Agenzia è coerente con le recenti modifiche normative.

La voluntary disclosure. La circolare non pare affrontare in maniera specifica lo stesso tema nel caso in cui la dichiarazione del reddito estero originariamente non dichiarato avvenga nell’ambito della procedura di disclosure. In linea di principio, però, va osservato che nella sostanza la procedura di collaborazione volontaria non è altro che una «riliquidazione» dell’imposta dovuta sulla base di una apposita norma. Con la conseguenza che, seguendo il ragionamento dell’Agenzia, muta la modalità di integrazione ma non la sostanza. Ulteriore conseguenza potrebbe dunque essere quella di una possibile «apertura» al riconoscimento delle imposte pagate all’estero nel caso in cui i redditi emergano anche nell’ambito della procedura di disclosure.

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