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«Impossibile fare industria in Italia»

MILANO — È, o dovrebbe essere, il giorno dei conti. E di un profit warning su Chrysler che non intacca gli obiettivi di gruppo 2013, tutti confermati, ma è comunque inevitabilmente sufficiente a mandare Fiat a picco in Borsa. Poi arriva la conference call con gli analisti . Da Sergio Marchionne non vogliono sapere solo di Auburn Hills e delle trattative americane per la fusione Torino-Detroit. Vogliono — anche — rassicurazioni sul «rischio Italia», dunque su come intenda muoversi dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Quella che ha bocciato l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori e con ciò riaperto, di fatto, le speranze Fiom di un pieno rientro in tutte le fabbriche del Lingotto. La risposta che ricevono è secca: «Le condizioni industriali in Italia restano impossibili».

Non è una novità assoluta, l’aveva già detto. Già aveva avvertito che, senza certezza delle regole, l’investimento presentato alla Sevel di Atessa tre settimane fa sarebbe stato l’ultimo di Fiat-Chrysler nel Paese. Il problema è che «per ora non abbiamo visto niente». Per cui adesso Marchionne va oltre. I toni sono più duri. Certo, nelle stesse ore l’azienda fissa per venerdì pomeriggio, a Roma, un incontro con il segretario dei metalmeccanici Cgil Maurizio Landini (non è detto che l’amministratore delegato ci sia, anzi, e a marcare ulteriormente le differenze è il tavolo concordato per la mattinata con Cisl, Uil, Fismic, Ugl). E sì: in contemporanea anche Flavio Zanonato fa sapere di «aver visto personalmente a Grugliasco un investimento importante» ma di «contare» ora, dopo quella «visita guidata» da Marchionne «a conferma della volontà di rimanere a produrre auto in Italia», su un nuovo appuntamento «prima del 10 agosto per ragionare su piano industriale e rilancio della produzione».

Il nodo sta qui. Quando arriva in conference call , il numero uno di Fiat-Chrysler le dichiarazioni del ministro dello Sviluppo le ha già lette. E non ha molto da commentare. Lo sa Zanonato e lo sanno gli altri, che la sentenza con cui la Consulta ha dichiarato «illegittimo» l’articolo 19 dello Statuto ha creato un vuoto. Ma: «Abbiamo chiesto con urgenza al governo italiano di varare delle misure che rimedino». È passato quasi un mese. Neppure un accenno: «Per ora non vediamo niente». Dunque, intanto si farà l’incontro con la Fiom e «vedremo il risultato: non abbiamo pregiudizi, Fiat resta aperta a cercare soluzioni». Devono però essere «soluzioni durature che possano garantire l’operatività». Altrimenti, «se anche ci impegnassimo a investire sarebbe in impegno vuoto». Morale: senza un segnale dal governo, o un’improbabile accettazione Fiom del «modello Pomigliano», resta «appeso» il futuro dell’impianto di Cassino e del già annunciato polo del lusso a Torino (l’Alfa a Mirafiori? «Abbiamo alternative per produrla ovunque nel mondo»).

Ce n’è abbastanza da far passare quasi in secondo piano i conti approvati ieri dal board . Conti non di routine. Gli obiettivi consolidati per fine anno sono confermati. Tutti. Questa volta dovrà però essere Fiat, con i profitti brasiliani e con una riduzione delle perdite europee, a compensare. Perché il motore degli utili del Lingotto rischia di rallentare (come i progetti di fusione: «L’accordo con Veba non è vicino, quindi Chrysler continua a preparare l’Ipo per fine anno»). È un rallentamento relativo, per carità: è sempre Detroit a trainare l’intero gruppo, ed è sempre Detroit a consentire a Torino di cancellare il rosso che altrimenti dominerebbe. Ma, per la prima volta da quando Marchionne ha salvato la società dal fallimento, Chrysler deve lanciare un profit warning . Prevedeva un utile operativo 2013 di 3,8 miliardi di dollari: ora quel tetto rimane ma è previsto anche un minimo di 3,3. Idem per i profitti netti: rivisti da 2,2 miliardi a 1,7-2,2. La causa, spiegano dagli Usa, sta soprattutto nei costi straordinari sostenuti per richiamare le Jeep potenzialmente difettose prodotte dalle gestioni precedenti. Costi che «non si ripeteranno» e non influiranno sui target 2013 di Fiat-Chrysler: dopo aver chiuso il trimestre con 22,3 miliardi di euro di fatturato (+4%), uno di utile operativo (+9%) e 435 milioni di «netto» (quasi raddoppiato), la previsione per fine anno conferma ricavi a quota 88-92 miliardi, utili operativi tra 4 e 4,5, «netto» tra 1,2 e 1,4.

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