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Impianti Ilva in affitto a una newco di Fintecna Possibili 3 commissari

L’affitto degli impianti a una Newco controllata da Fintecna e finanziata dalla Cdp per proseguire la produzione, evitando così i possibili “intoppi” giudiziari. La possibilità di rivedere il piano ambientale. E anche quella, prevista dalla Prodi-Marzano, di nominare fino a tre commissari. È questa l’ipotesi a cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo in vista del Consiglio dei ministri del 24 dicembre quando, come ha confermato ieri anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, dovrebbe essere approvato l’ennesimo decreto salva Ilva. La strada sembra ormai tracciata: amministrazione straordinaria sulla base della Prodi-Marzano. La nomina di un commissario, ma che potrebbero diventare anche tre, così come prevede la legge.
Il premier Matteo Renzi continua a insistere con Andrea Guerra che però non sembra interessato all’ipotesi preferendo il suo attuale ruolo di consulente ministeriale. Il nome girato con più frequenza negli ultimi giorni è stato poi quello di Pietro Nardi, grande esperto di siderurgia, commissario della Lucchini ma condannato nella scorsa primavera a Taranto a otto anni e sei mesi per la morte di alcuni operai dell’Italsider, uccisi dall’amianto, quando Nardi era dirigente dell’acciaieria di Stato. Un ostacolo, quello della condanna, «non insormontabile» dicono da Palazzo Chigi ma che creerebbe inevitabilmente una nuova stagione di tensione con la cittadinanza attiva di Taranto e soprattutto con la magistratura. Con i tre commissari potrebbe tornare poi a essere della partita Pietro Gnudi che ancora ieri ha confermato la sua volontà di dimettersi dopo il 24. Perché «così com’è, questa situazione non si può risolvere » aveva detto nell’audizione alla Camera di mercoledì.
Che significa? Gnudi lo ha spiegato nella lunga relazione depositata parlando della difficoltà nella vendita. «Le aziende che si sono avvicinate hanno posto come elementi critici alla prosecuzione delle trattative la risoluzione di una serie di punti legati al libero esercizio delle attività di impianto, una netta separazione rispetto agli attuali procedimenti a carico di Ilva, una garanzia sulla gestione futura degli impianti e soprattutto una revisione del piano ambientale». È il capovolgimento di quanto accaduto negli ultimi due anni: sull’area a caldo pende un sequestro della magistratura che difficilmente potrà essere rovesciato ma soprattutto la revisione del piano ambientale significa far crollare un castello di garanzie sul quale i tarantini fanno grande affidamento. Anche per questo Palazzo Chigi sta già lavorando a un’ipotesi alternativa ai privati (sul tavolo al momento restano le offerte non vincolanti di Arcelor Mittal-Marcegaglia e del gruppo FinArvedi). Il decreto potrebbe prevedere due opzioni: la vendita degli impianti ma anche soltanto l’affitto. In questa maniera si creerebbe una Newco, anche interamente pubblica, che grazie a un prestito ponte di un miliardo di Cassa depositi e presiti e l’impegno di Fintecna, pronta a mettere sul tavolo circa 200 milioni, lavorerebbe unicamente sulla produzione e la commercializzazione dell’acciaio. Mentre una bad company si occuperebbe delle vicende legali e del rispetto del cronoprogramma sul discorso ambientalizzazione.
Una soluzione del genere darebbe maggiori garanzie alle banche che, erogato il prestito ponte di 250milioni, hanno chiuso i rubinetti. Anche perché i soldi sequestrati ai Riva per ragioni fiscali e messi nelle mani di Gnudi dai giudici di Milano di fatto non sono mai arrivati. «Soltanto 164 sono in Italia» spiega il commissario, mentre gli altri sono tutti incagliati all’estero in trust della famiglia e difficilmente potranno essere sbloccati. Oggi Gnudi incontrerà Renzi e probabilmente anche il ministro Federica Guidi che proprio ieri ha parlato con Eni per tranquillizzare il gruppo petrolifero: Eni aveva annunciato, costringendo il siderurgico all’avvio dello spegnimento degli altiforni, lo stop dell’erogazione di gasolio dal 27 dicembre senza il rilascio di una fideiussione di 200 milioni. «Una questione commerciale: scaduto il contratto, abbiamo rispettato quanto prevede la procedure in questi casi» dicono dall’azienda. «Un enorme conflitto di interessi » tuonano però le associazioni ambientaliste e i sindacati autonomi, ricordando come il presidente di Eni, Emma Marcegaglia, sia la stessa interessata all’acquisto dell’Ilva con la sua società. «Prima ci mette in ginocchio e poi ci vuole comprare. Non è possibile».
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