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Immobili nel fondo a pignorabilità ampia

Un immobile costituito in fondo patrimoniale è pignorabile anche per debiti derivanti dall’attività professionale o d’impresa di uno dei coniugi, in considerazione del fatto che i relativi redditi sono di norma, ma non necessariamente, destinati anche al mantenimento dei bisogni della famiglia.

Questa è l’interpretazione che la Corte di Cassazione, con sentenza del 19 febbraio 2013 n. 4011, ha dato dell’art. 170 cc, il quale dispone che «l’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia».

La decisione della Cassazione, che trova conferma anche in alcuni precedenti (Cass. 18 settembre 2001 n. 11683 e 7 luglio 2009 n. 15862), si basa su una particolare interpretazione estensiva della nozione di «bisogni di famiglia» (di cui al su citato art. 170 cc), che non dovrebbe essere relazionata alle sole necessità essenziali del nucleo familiare, ma anche a ogni più ampia esigenza sottesa al pieno mantenimento delle occorrenze quotidiane nonché a un equilibrato sviluppo della famiglia, escludendo, quindi, solo quelle esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da intenti speculativi.

Opererebbe, inoltre, la presunzione per cui anche i debiti derivanti dall’attività professionale o d’impresa di uno dei coniugi, benché finalizzati al potenziamento della sua capacità lavorativa, avrebbero come scopo indiretto quello di accrescere il reddito disponibile da destinare al mantenimento dei bisogni della famiglia. Graverà quindi sul debitore, in sede di opposizione al pignoramento, l’onere di provare che i medesimi debiti, derivanti dall’attività professionale o d’impresa, siano stati assunti per scopi estranei ai «bisogni della famiglia» (secondo l’interpretazione estensiva sopra indicata); non sarà pertanto sufficiente provare solo la regolare costituzione del fondo patrimoniale e la sua opponibilità nei confronti del creditore pignorante (in senso conforme Cass. 30 maggio 2007 n. 12730 e 15 marzo 2006 n. 5684).

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