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Ilva, una questione da avvocati

Il caso Ilva è soprattutto un insieme intricato di vicende giudiziarie che negli ultimi tre anni hanno coinvolto decine di avvocati, fra i migliori di ogni settore. Lo stabilimento di Taranto è una delle acciaierie più grandi d’Europa, la prima in Italia. Costruita nel 1961, a ridosso della città, si chiamava Italsider ed era di proprietà dello Stato italiano. Dal 1995 è stata privatizzata e ceduta al gruppo Riva. Nel 2007 i proprietari dell’azienda sono stati condannati per violazione delle norme anti-inquinamento.

Di «disastro ambientale» si è cominciato a parlare a luglio del 2012 quando il giudice per le indagini preliminari di Taranto, Patrizia Todisco, su richiesta della Procura, dispose il sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, nominando quattro custodi giudiziari.

Furono allora otto le persone arrestate a cui in seguito se ne sono aggiunte altre. Gli imputati oggi sono 52 (49 persone e tre società), tra cui oltre alla famiglia Riva ci sono vertici vecchi e nuovi dell’Ilva prima del commissariamento, un assessore regionale, il governatore della Puglia Nichi Vendola, consiglieri regionali, l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido, il sindaco del capoluogo ionico, Ippazio Stefano, dirigenti e funzionari ministeriali e della Regione Puglia, un poliziotto, un carabiniere, un sacerdote, nonché uno stuolo di dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico tarantino.

I processi e le udienze si sono moltiplicati, i governi negli anni sono intervenuti con sette diversi decreti e molte cose sono cambiate nel tempo. Fra queste gli avvocati che hanno difeso la famiglia Riva e le aziende davanti a diversi procedimenti giudiziari.

Fra i primi ad occuparsi della vicenda come difensore della famiglia Riva e dell’Ilva c’è stato l’avvocato Marco De Luca. Il penalista milanese, si è occupato, fra le altre cose, della difesa di Marco Tronchetti Provera nella causa al comico Beppe Grillo, riguardo alla questione delle presunte intercettazioni che sarebbero state compiute da Telecom Italia e attualmente segue la compagnia Costa Crociere davanti alla procura della Repubblica di Grosseto per la costituzione di parte offesa del disastro navale della Costa Concordia.

A giugno del 2013 la strategia difensiva è cambiata. L’idea di base è stata quella di separare gli avvocati della persone fisiche indagate, da quelli delle società. Così, ad assistere Ilva è arrivato il professor Franco Coppi, mentre per Riva Fire, l’altra società colpita dal maxi sequestro preventivo disposto dal gip Todisco, c’era il professor Carlo Enrico Paliero. L’avvocato Marco De Luca, restò quindi a occuparsi della difesa del patron Emilio Riva (deceduto lo scorso aprile a 88 anni). Paliero, ordinario di diritto penale alla statale di Milano e già difensore di personaggi di spicco del mondo imprenditoriale, rispose alla necessità di affidarsi a uno dei maggiori esperti italiani della legge 231 del 2001. Coppi invece conosceva già la magistratura di Taranto, essendo l’avvocato di Sabrina Misseri, la 23enne di Avetrana condannata all’ergastolo per l’omicidio della cugina Sarah Scazzi nell’aprile del 2013.

Attualmente, nell’ambito del processo tarantino «Ambiente Svenduto» al lavoro per il gruppo Ilva ci sono anche gli avvocati Luca Sirotti, Angelo Loreto e il professor Filippo Sgubbi.

Il primo, insieme a Coppi e al professor Tullio Padovani, si era occupato di chiedere alla corte di Cassazione di cambiare la sede del procedimento giudiziario, allora già in fase di udienza preliminare dinanzi al gup di Taranto Vilma Gilli, per «legittimo sospetto». Secondo i legali, infatti, i magistrati tarantini sarebbero potuti essere «turbati» nel trattare le vicende del siderurgico rischiando così di non essere imparziali e sereni nei loro giudizi. La richiesta presentata dai legali per conto di Riva Fire, Ilva spa, del commissario governativo Piero Gnudi, e da altri 13 imputati coinvolti nella maxi inchiesta è stata poi però respinta lo scorso mese di ottobre dai giudici della prima sezione penale della corte di Cassazione, presieduta dal giudice Giordano.

Il professor Filippo Sgubbi, esponente del foro emiliano e docente ordinario di diritto penale all’Università di Bologna, è incaricato invece della difesa dell’ Ilva spa, convenuta nel processo ai sensi del d.lgs. 231/2001 ed è stato in passato il difensore di Calisto Tanzi nel processo Parmalat.

Il processo principale dal punto di vista ambientale continua quindi a tenersi a Taranto, ma contemporaneamente a Milano il procuratore aggiunto Francesco Greco insieme ai pubblici ministeri Mauro Clerici e Stefano Civardi sta seguendo un altro filone di inchiesta sull’Ilva. Quello che ha portato un anno fa al mandato d’arresto per Fabio Riva (figlio di Emilio e già coinvolto nell’inchiesta tarantina) e al sequestro di 1,2 miliardi della famiglia Riva che potrebbero essere oggi usati per l’Ilva se fatti rientrare in Italia, ma che per ora sono depositati su diversi conti in Svizzera.

Una cifra che però – secondo quanto ha riferito il procuratore Greco in una recente audizione al Senato – potrebbe arrivare fino a 2 miliardi grazie ad «alcune tracce investigative» in corso.

Da circa un paio d’anni, tutti gli aspetti di diritto societario relativi al gruppo Riva, sia in relazione all’Ilva che al resto del gruppo, sono seguiti dall’avvocato milanese Alessandro Trisconia dello studio Giliberti Pappalettera Triscornia e associati.

L’ex ministro della Giustizia e noto penalista Paola Severino ha assistito il commissario straordinario del gruppo siderurgico Piero Gnudi lo scorso settembre nella richiesta – poi accettata a ottobre dal gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo – di sblocco del miliardo e 200 milioni di euro che erano stati sequestrati dalla Procura di Milano a maggio del 2013 ai danni dei fratelli Emilio e Adriano Riva. Somma da trasferire nelle casse dell’Ilva in vista degli interventi di risanamento necessari per tenere in vita lo stabilimento di Taranto.

Dal punto di vista del diritto civile, lo studio legale Lombardi Molinari Segni ha invece sempre seguito il contenzioso dell’Ilva come legale del commissario, sin dalla nomina di Enrico Bondi a giugno 2013 e poi ancora con l’arrivo di Piero Gnudi.

Lo scorso mese di gennaio, il partner Giuseppe Lombardi insieme a Pier Danilo Beltrami, Daniele Colicchio e Lazare Vittone, unitamente allo Studio Maffei Alberti, con un team composto dal professor Alberto Maffei Alberti e dagli avvocati Giuseppe Leogrande, Barbara Maffei Alberti e Filippo Ghignone, hanno predisposto l’istanza per la procedura di ammissione dell’Ilva all’amministrazione straordinaria e il ricorso per insolvenza davanti al tribunale di Milano.

Gli stessi avvocati si stanno ora occupando di tutte le questioni che stanno sorgendo conseguentemente alla ammissione della stessa società alla amministrazione straordinaria.

Fra gli effetti dell’insolvenza dell’azienda c’è anche il fatto che l’Ilva non dovrà pagare alcun risarcimento a Taranto (l’insieme delle richieste risarcitorie è pari a 30 miliardi di euro, di cui 10 miliardi ciascuno per comune e provincia di Taranto e altri 10 per i due ministeri). A deciderlo è stato il gup del tribunale di Taranto Vilma Gilli, nell’udienza preliminare in corso il 4 febbraio scorso per il presunto disastro ambientale provocato dall’Ilva, accogliendo le eccezioni sollevate dai legali di Ilva spa, di Riva Fire e di Riva Forni elettrici.

A seguire legalmente queste ultime due società c’è Pasquale Annicchiarico, penalista tarantino e per molti anni difensore del comune di Taranto.

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