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Ilva, il tetto di 2 mila esuberi

Lo Stato dentro all’ex Ilva? Sì, lo vogliono tutti. Mittal, il governo e anche i sindacati. Ma sul come fare continuano a confrontarsi i punti di vista. Ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato dell’ingresso di una o più «partecipate pubbliche». Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli a L’Aria che tira su La7 ha ventilato intervento del Tesoro. Morale: le modalità sono tutte da chiarire. Come anche l’entità delle risorse che lo Stato dovrà mobilitare.

L’annunciata (dal Mise) presentazione della controproposta del governo al piano da 4.700 esuberi di Arcelor Mittal (6.612 se si considerano i lavoratori in amministrazione straordinaria) ieri non c’è stata. Confermato invece oggi un incontro tra la delegazione guidata da Francesco Caio per il governo e Lucia Morselli per la multinazionale dell’acciaio. Giovedì 12 il ministro Stefano Patuanelli ha convocato i sindacati al Mise. Venerdì 13 è in agenda un nuovo faccia a faccia Caio-Morselli. Ieri il premier Conte ha detto che «il negoziato è solo all’inizio». Ma il 20 dicembre incombe l’udienza a Milano che contrappone commissari e azienda. Entro quella data bisognerà tirare le somme.

In questi giorni si è parlato di una quota pubblica del 18% corrispondente a 500 milioni di fondi pubblici impegnati in Ilva. Cifre tutte da confermare. Sui potenziali esuberi invece sembra esserci più chiarezza. In pratica il governo sarebbe disposto ad accollarsi 1.800-2.000 lavoratori in uscita da AmInvestco (contro i 4.700 proposti dalla multinazionale) perché è convinto di potere offrire loro una ricollocazione nel «progetto Taranto», l’insieme delle iniziative per il rilancio della città.

Negoziato

Entro il 20 dicembre, in vista dell’udienza a Milano, sarà necessario tirare le somme

In cambio il governo chiede il mantenimento della produzione a 8 milioni di tonnellate l’anno, come nel piano firmato dai Mittal l’anno scorso. Questi livelli produttivi garantiscono la sostenibilità dei costi fissi e in prospettiva il ritorno all’utile. Per arrivare a 8 milioni di tonnellate sarebbe necessario rifare l’altoforno 5, il più grande d’Europa. Il che comporta 250 milioni di investimenti e un anno di lavori.

Dal canto suo lo Stato investitore potrebbe mobilitare risorse per affiancare agli altoforni un forno elettrico. Ieri la procura di Taranto si è detta favorevole ad accordare maggior tempo per l’adeguamento dell’altoforno due. Ora si attende la pronuncia del giudice. Certo se alla fine l’afo 2 potesse continuare a produrre oltre il 13 dicembre sarebbe un segnale di distensione.

Lo sbocco

La ricollocazione nel «progetto Taranto»: l’insieme delle iniziative per il rilancio della città

Ieri il ministro Patuanelli ha smentito l’intenzione dei Mittal di sfilarsi dalla partita versando un miliardo di euro. In ogni caso si lavora anche per un piano B in caso di uscita dei franco-indiani. Tra gli italiani il nome ricorrente è quello di Arvedi. Il governo sarebbe favorevole all’ingresso di soci italiani nella cordata. Ma difficilmente Arvedi ci starebbe (Arcelor è un concorrente). Altro discorso sarebbe se i franco-indiani si sfilassero. Settimana scorsa i manager di Arvedi erano al Mise per illustrare il piano per la decarbonizzazione dello stabilimento di Servola, a Trieste. L’acciaiere cremonese auspicherebbe un contributo pubblico da 150 milioni per ammodernare la centrale elettrica, riconvertire l’area alla logistica del porto, potenziare il laminatoio.

Il sindacato resta fuori dal tavolo del negoziato. In compenso oggi scende in piazza a Roma, in piazza Santi Apostoli per chiedere un intervento più energico sulle crisi industriali. Cgil, Cisl e Uil puntano a mobilitare ottomila persone. Tra loro molti lavoratori Ilva, oggi in sciopero.

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