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Ilva, pronto il ritorno dello Stato. Invitalia punta alla maggioranza

Il ritorno dello Stato nell’Ilva si avvicina. Le trattative per l’ingresso di Invitalia nel capitale di ArcelorMittal Italia procedono in maniera serrata e potrebbero concludersi a breve. Lo ha confermato ai sindacati — nell’incontro che si è tenuto ieri al Mise — lo stesso Domenico Arcuri, amministratore delegato di Invitalia, il veicolo pubblico individuato dal governo per mettere un piede nell’ex Ilva e contribuire a indirizzare il futuro di Taranto e degli altri stabilimenti. La trattativa per definire il coinvestimento pubblico dovrà concludersi entro il 30 novembre: 60 giorni di tempo per decidere le condizioni dell’ingresso del pubblico. Così come previsto dall’intesa del marzo scorso, senza un accordo sulle modalità dell’ingresso di Invitalia entro quella data, Arcelor Mittal potrà tirarsi indietro pagando una penale tutto sommato gestibile per il colosso dell’acciaio: 500 milioni di euro. Con una semplice comunicazione da inviare entro il 31 dicembre.

Sul piatto c’è l’ipotesi dell’ingresso di Invitalia in maggioranza. La trattative si sono infatti concentrate proprio sull’esistenza delle condizioni per il ritorno dello Stato da primo azionista, con ArcelorMittal che manterrebbe la gestione industriale. Nei giorni scorsi i vertici di ArcelorMittal si sarebbero confrontati proprio su questo punto con i rappresentanti del governo. Si andrà avanti a oltranza. Palazzo Chigi ha messo sul tavolo le proprie carte e l’accordo è in salita. Per almeno tre ragioni. La prima è proprio la maggioranza pubblica: Invitalia non vorrebbe trovarsi spiazzata nel caso in cui, tra qualche anno, il partner franco-indiano decidesse di tirarsi indietro. All’avvio della trattativa, nel giugno scorso, l’amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, negli studi di Porta a Porta si disse aperta anche alla possibilità di restare con una quota di minoranza. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un’intesa difficile da raggiungere.

Secondo punto: ArcelorMittal, oggi in affitto, nel 2018 si era impegnata ad acquisire gli stabilimenti pagando 1,8 miliardi di euro. Una contropartita definita in base al valore di allora dell’infrastruttura produttiva. Oggi però Ilva vale decisamente meno. Questo dicono i numeri della due diligenc e già completata da Invitalia. Ovviamente Invitalia vorrebbe entrare con una quota parametrata ai valori attuali e non a quelli del 2018.

Per finire, il terzo elemento di complicazione della trattativa è legato al deterioramento dei rapporti tra le due parti che dovrebbero trovare l’accordo, la multinazionale franco-indiana e lo Stato. Anche se in questo caso la trattativa è su un tavolo separato, quello con Ilva in amministrazione straordinaria. Negli ultimi mesi ArcelorMittal non ha pagato le rate d’affitto pattuite: i commissari rivendicano crediti per circa 60 milioni di euro soltanto per il canone e hanno messo sul tavolo la possibilità di escutere la fideiussione a garanzia dei versamenti pari a 90 milioni. Anche su questo fronte la discussione è continua e comprende anche l’analisi dell’effetto del Covid sul contratto di due anni fa aggiornato a marzo. Inoltre, non sarebbe piaciuto a palazzo Chigi l’ingresso di Lucia Morselli nel cda di Atlantia, società con cui il governo sta cercando di dirimere un difficile contenzioso sulla questione Autostrade. Nella trattativa tra Stato e multinazionale, infine, resta sullo sfondo la suggestione del Ponte sullo Stretto, che qualora dovesse diventare concreta garantirebbe anni di lavoro per l’acciaieria di Taranto.

In tutto questo i sindacati restano a bordo campo perché la partita della definizione degli esuberi non è mai nemmeno iniziata. Ieri il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli si è confrontato con Fim, Fiom e Uilm ma l’incontro è stato interlocutorio.

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