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Ilva, Bondi verso la proroga

I tempi per delineare i contorni del futuro dell’Ilva, come emerso dai primi colloqui dei giorni scorsi tra i protagonisti della vicenda e il Governo, restano ancora lunghi. Senza dubbio, però, quella di domani è una scadenza decisiva per il destino dell’ultimo ciclo integrale italiano. Il mandato del commissario Enrico Bondi (nominato dal Governo Letta lo scorso 4 giugno) scade domani (a meno di non considerare come riferimento la pubblicazione del decreto ufficiale, avvenuta nelle 24 ore successive) e dovrà essere rinnovato. Difficilmente, secondo l’opinione degli addetti ai lavori, sarà confermato nel suo ruolo. Nonostante il giudizio sul piano industriale (e su quello ambientale) sia negativo pure in alcuni ambienti ministeriali, è altamente improbabile, però, anche una defenestrazione, escludendo l’ipotesi di dietrofront del Governo sugli obiettivi (ambientali ed occupazionali) fissati a suo tempo con il decreto salva-Ilva, attraverso un nuovo Dpcm o un decreto interministeriale. La sostituzione in corsa, invece, rischia di richiedere tempo e di complicare ulteriormente il quadro economico del sito tarantino, già in equilibrio precario. L’ipotesi più probabile, a questo punto potrebbe essere una proroga tacita dell’incarico (secondo la legge può durare al massimo 36 mesi). Che potrebbe sfociare però, nel giro di poche settimane, nella richiesta di amministrazione straordinaria per l’azienda.
In questi mesi Ilva è in grande difficoltà finanziaria e organizzativa (fonti industriali parlano di una ristrutturazione pesante nella rete commerciale, messa sotto pressione dalla gestione Bondi). Secondo alcuni osservatori, è ravvisabile un rischio di «insolvenza prospettica», vale a dire il rischio che nel breve periodo l’impresa non adempia ai sui obblighi. Lo stesso Bondi starebbe quindi valutando la possibilità di chiedere l’amministrazione straordinaria, allo scopo di tutelare il proprio operato. In questo momento non ci sono soggetti disposti a finanziare l’aumento di capitale (a meno di un clamoroso ricorso di Bondi ai soldi sequestrati ai Riva) senza chiedere espressamente un «cambio di passo» nella gestione o una cesura netta tra il passato e il futuro. Il commissariamento, pur essendo per certi versi una scelta che rischia di essere letale per gli interessi della famiglia Riva, consentirebbe ai pretendenti (al momento l’unico soggetto che ha manifestato interesse è ArcelorMittal) di rilevare, magari attraverso una newco con altri (Marcegaglia e Arvedi hanno già dato al Governo la disponibilità a «fare la propria parte»), i rami d’azienda, lasciando in carico alla procedura la gestione delle bonifiche. Potrebbero essere sufficienti 1,6 miliardi per pagare gli istituti di credito e 1,8 miliardi, spalmabili in un piano pluriennale, per finanziare il piano ambientale. Per finanziare il circolante, poi, ArcelorMittal non dovrebbe avere particolari difficoltà.
Bocciato il preridotto – anche se, secondo indiscrezioni, il fondo sovrano norvegese, già indicato come potenzialmente interessato per Enel Green Power, avrebbe inviato nei giorni scorsi ad Ilva una lettera di intenti per valutare la fattibilità di costruire un impianto in partnership – per il piano industriale la cordata punterebbe a contenimento dell’assetto impiantistico (due altoforni a pieno regime) tornando all’autosufficienza da coke. Resta da valutare come conciliare il piano con le prescrizioni ambientali (una delle ragioni che ha portato Bondi a puntare sul preridotto) e con le esigenze di tutela occupazionale.
Un’eventuale acquisizione dell’Ilva si inserisce poi in un quadro di sovracapacità installata del «freddo» in Italia rispetto alle esigenze del mercato, per non parlare del «caldo» in Europa (con il rischio che ArcelorMittal si trovi ad assumere una posizione dominante). A quel punto il colosso euroasiatico dovrà ridurre o cedere, razionalizzando il proprio parco altoforni e decidendo che equilibrio trovare tra gli altri impianti, come quello di Novi Ligure o quello, che già possiede, della Magona a Piombino.
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