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Illegittimi i lavori tardivi

Sono illegittimi i lavori edilizi che non sono stati iniziati entro il termine di un anno dal rilascio del permesso e non sono stati completati entro il triennio successivo. In quanto la competente amministrazione all’atto del rilascio del permesso a costruire indica chiaramente i termini fissati per l’inizio e il termine finale delle opere oggetto di ristrutturazione. Questo è quanto sostiene la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza depositata lo scorso 27 gennaio 2016 n. 1152 in materia di termini prefissati per i lavori edilizi. Sottolineano i giudici di piazza Cavour, mentre per quanto concerne la ultimazione dei lavori questo termine non può essere, di regola, superiore alla durata di tre anni dall’inizio delle opere, per dare inizio a esse il titolare del permesso è onerato ad attivarsi entro un anno dal rilascio del permesso. Siffatti termini sono, infine, suscettibili di essere prorogati, con provvedimento motivato, solo in presenza di fatti sopravvenuti indipendenti dalla volontà del titolare medesimo. Va, altresì, precisato che, come rilevato dalla giurisprudenza amministrativa, nel vigente contesto normativo, così come d’altra parte in quello precedentemente applicabile, non è ravvisabile la presenza di alcuna norma o principio di diritto che imponga l’emanazione di un provvedimento espresso riguardo alla intervenuta decadenza, posto che la legge stessa disciplina in via diretta la durata della concessione e, in via tassativa, le ipotesi per ottenerne la proroga. Con la conseguenza, quindi, che la decadenza della concessione edilizia per mancata osservanza del termine di inizio dei lavori opera di diritto e che il provvedimento pronunciante la decadenza, se eventualmente adottato, ha carattere meramente dichiarativo di un effetto già verificatosi ex se, in via diretta, in ragione dell’infruttuoso decorso del termine prefissato. A seguito della entrata in vigore dell’articolo 30 del decreto legge 21 giugno 2013 decreto legge n. 69 (cosiddetto decreto del fare), convertito con modificazioni con la legge 9 agosto del 2013 n. 98, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’articolo 44 del dpr n. 380 del 2001, gli interventi di ristrutturazione edilizia, consistenti nel ripristino o nella ricostruzione di edifici o parti di essi, eventualmente demoliti o crollati, debbono ritenersi assoggettati al rilascio del necessario permesso a costruire se non è possibile accertare la preesistente volumetria delle opere che, qualora ricadano, come nel caso in questione, in zona paesaggisticamente vincolata e sono altresì assoggettate all’obbligo di rispettare anche la precedente sagoma dell’edificio. Pertanto sostengono i giudici di Cassazione che correttamente il tribunale del riesame ha ritenuto che sussistessero gli elementi per la conservazione del sequestro in ragione dell’assorbente motivo della intervenuta inefficacia del permesso a costruire. Alla luce di tutto ciò ricordano i giudici di piazza Cavour non essendo stati iniziati i lavori nel termine di un anno dal rilascio del permesso a costruire e non essendo stati gli stessi completati entro il triennio, non possono essere ritenuti legittimi in quanto non validamente assentiti con un permesso a costruire in corso di validità.

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