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Illecito copiare sui social

Ricorre l’ipotesi della «concorrenza parassitaria» e della «denigrazione commerciale» mediante l’account dei social network quando l’imitatore si ponga sulla scia del concorrente in modo sistematico e continuativo, sfruttando la creatività altrui e avvalendosi delle idee e dei mezzi di ricerca e finanziari altrui.

Si parla di «concorrenza parassitaria sincronica» quando tali atti si manifestano concretamente attraverso un’attività che, in un unico momento, imitano tutte le iniziative del concorrente. Siamo, al contrario, in presenza di «concorrenza parassitaria diacronica» quando i singoli atti imitativi si succedono nel tempo. È con la sentenza del 1° marzo 2017 n. 2553 che il tribunale di Milano (sezione specializzata in materia di impresa A) si è espresso sul tema della concorrenza sleale attraverso siti web e account Facebook.

Il fatto in sintesi. L’imprenditrice «Tizia» ha compiuto nel tempo, in modo sistematico, una servile imitazione delle collezioni di prodotti della convenuta «Caia», dalla presentazione degli stessi attraverso la loro denominazione, fino addirittura all’adozione del medesimo segno distintivo utilizzato – sia pure «di fatto» – sin dal 2009.

Il tribunale pertanto ha condannato Tizia al risarcimento dei danni cagionati alla parte attrice per illecita appropriazione del segno distintivo.

La condotta della concorrenza sleale, che prescinde dall’elemento soggettivo, è dunque più che sufficiente per l’adozione delle richieste risarcitorie nei confronti dell’impresa gestita dalla parte attrice, che ha tollerato le condotte illecite e ha conseguentemente subito un grave nocumento economico per la propria attività commerciale.

L’articolo 2598, n. 2, del codice civile stabilisce che si realizza la «denigrazione commerciale» con la diffusione da parte di un imprenditore di notizie relative a un proprio concorrente, idonee a influire negativamente sul giudizio del pubblico.

Le notizie devono essere idonee a causare, anche solo potenzialmente, un danno concorrenziale, che si traduce, nella sostanza, in maggiori difficoltà sul mercato (perdita di clientela o di fornitori e ricadute sull’organizzazione dell’impresa).

È pacifica l’idoneità del social network Facebook a conferire ai post in esso pubblicati quella «diffusività» richiesta per l’integrazione dell’illecito di concorrenza denigratoria. Le modalità di funzionamento di questo social permettono, infatti, la visibilità dei messaggi ivi pubblicati a prescindere dal fatto di essere «amici» della titolare della pagina dove essi compaiono, giacché quest’ultimo avrebbe potuto optare anche per un profilo cosiddetto «aperto», ossia visionabile dall’intera comunità del social network.

Peraltro, la capacità diffusoria di questo social network è stata pacificamente riconosciuta da plurima giurisprudenza di legittimità e di merito, che ha affermato come Facebook costituisca luogo e mezzo di divulgazione di contenuti anche in tema di ingiuria e diffamazione; definito cioè come «luogo aperto al pubblico» (Cassazione penale, 11 luglio 2014, n. 37596), nonché ritenuto finanche oggetto di concorrenza sleale confusoria (tribunale Torino, ordinanza 7 luglio 2011).

Questa tipologia di concorrenza si ha quando si realizzano una pluralità di atti che, pur isolatamente leciti, valutati nel loro insieme costituiscono un illecito, poiché concretizzano una forma di imitazione delle iniziative della parte concorrente che sfrutta in maniera sistematica il lavoro e la creatività altrui.

Marco Ottaviano

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