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Il web in Italia vale 32 miliardi

di Daniele Lepido

Quanto vale internet in Italia? Nel 2010 l'economia del web ha sfiorato i 32 miliardi di euro (per la precisione 31,6 miliardi), pari a circa il 2% del prodotto interno lordo e in crescita del 10% rispetto al 2009. Per fare un paragone, nello stesso periodo i comparti dell'agricoltura e delle utilities hanno rappresentato ciascuno il 2,3% del Pil, mentre la ristorazione non ha superato il 2 per cento.

Ad esercitarsi nell'intricato computo, su commissione di Google, di quantificare la capacità di generare ricchezza del cyberspazio è Boston Consulting Group, con la consulenza di Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente alla Bocconi. Ne è venuto fuori uno studio stringato ma denso di contenuti intitolato Fattore Internet, che sarà presentato oggi a Roma.

Serve però capire cosa si intende per "valore" di internet: la voce più importante dei 31,6 miliardi è rappresentata dal "consumo" di prodotti e servizi legati alla Rete, che hanno contribuito per il 55% del totale, ovvero per 17,4 miliardi. Ci sono poi 11,1 miliardi di investimenti dei privati, soprattutto degli operatori di telefonia nei network, e altri 7,2 miliardi di spesa in Ict da parte delle istituzioni (cui vanno sottratti 4,1 miliardi di importazioni nette). Andando ad analizzare nel dettaglio questi numeri si vede come i consumi siano composti per il 65% dall'acquisto di prodotti, servizi e contenuti online (oltre 11 miliardi nel 2010), con il turismo tradizionalmente in pole position come comparto più rilevante davanti a informatica, elettronica di consumo, assicurazioni e abbigliamento.

Una curiosità sui contenuti digitali: i più ricercati sono sempre quelli del gaming, trainati dal poker online, che l'anno scorso ha registrato una raccolta di 3 miliardi di euro. Il restante 35% dei consumi della rete (6,4 miliardi) si divide poi tra la spesa per computer, smartphone e tablet, e quella per gli abbonamenti telefonici. Gli strumenti per collegarsi, insomma.

Capitolo investimenti: nel settore privato quelli legati al web si sono attestati a 11,1 miliardi, cifra che include principalmente gli investimenti fatti dalle società di telecomunicazioni per il mantenimento e la gestioni delle reti. La spesa delle istituzioni, invece, vale non più di 7,2 miliardi, il tutto meno le importazioni nette, ammontate nel 2010 a 4,1 miliardi di euro.

E poi l'indotto, dato dal valore delle merci ricercate online e acquistate nel mondo reale (Ropo, Research online, purchased offline), pari a 17 miliardi, più altri 7 miliardi di e-procurement, l'approvvigionamento di merci e servizi online della pubblica amministrazione. Per un totale del web-economy, così calcolato, di 56 miliardi.

Ma il dato industriale più interessante riguarda l'impatto di internet sulle Pmi, il cuore pulsante del tessuto produttivo nostrano. Nel report di Bcg le aziende vengono divise in tre categorie: le online-attive, che non solo hanno un sito ma che fanno anche ecommerce e marketing su internet. Le seconde hanno invece solo un sito-vetrina, mentre le terze snobbano completamente la rete.

«Negli ultimi tre anni le aziende online-attive – racconta Marc Vos, autore dello studio insieme con Antonio Faraldi e Mauro Tardito – hanno registrato un aumento dei ricavi dell'1,2% contro il trend negativo delle altre due categorie (-2,4% e -4,5%). Senza contare che l'incidenza delle vendite internazionali per le aziende del "primo tipo" è stata del 15%, contro il 7,7% e il 4,1% delle altre».

Uno sguardo al futuro: «Interessanti le previsione della web-economy che verrà – sostiene Stefano Maruzzi, numero uno di Google per l'Italia – con una crescita annua del 13-18% da qui al 2015 quando la torta potrebbe valere tra il 3,3 e il 4,3% del Pil».

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