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Il web ha memoria lunga: arriva in soccorso lo spazzino della rete

La rete non dimentica. Tutto quello che viene messo online, dalle foto ai documenti, dalle email ai video, resta scolpito nella pietra di internet e rimuoverlo può diventare una battaglia infinita. Soprattutto a seguito del dilagare dei social network, vere e proprie trappole alla portata di tutti.

In particolare dei giovani, che si servono del web come di una vetrina virtuale della propria esistenza, noncuranti o inconsapevoli dei rischi a cui vanno incontro. «Sono innumerevoli i casi di persone che non riescono più a far sparire da internet fotografie, video o informazioni scambiate con gli amici», ha spiegato Stefano Mele, avvocato di Carnelutti studio Legale Associato, specializzato in diritto delle tecnologie, privacy e sicurezza. «Il cambio della licenza di utilizzo di Facebook avvenuto di recente, per la prima volta consente agli utenti del social network di gestire in modo efficace il controllo sui dati da loro pubblicati e di non cedere a Facebook in maniera universale ogni diritto su di loro. La responsabilità giuridica sui contenuti, invece, era e continua a essere in capo all’utente che li pubblica». Nonostante questo, perdere il controllo delle informazioni pubblicate è una cosa all’ordine del giorno. È sufficiente che un proprio pensiero venga condiviso tra più utenti o che una fotografia venga scaricata sul Pc di qualcun altro, per rimanere imbrigliati nella trappola di internet. Un rischio confermato di recente dal direttore della Polizia postale e delle comunicazioni, Antonio Apruzzese, che ha messo in guardia il parlamento dai pericoli legati ai social network. «Blog e chat sono diventate preistoria, Facebook è ormai il nuovo internet, un internet al quadrato, e le nuove macchine sono piccole navicelle spaziali che consentono a un ragazzo di andare dove vuole». Di fatto, secondo Apruzzese, la lotta al fenomeno si è spostata su altri fronti e le autorità non sembrano ancora disporre delle chiavi per monitorare i contenuti di social network, quasi esclusivamente stranieri. «Data la delicatezza del tema notiamo una consonanza quasi unanime sulla necessità di bloccare un certo tipo di condotte. E gli stessi social network stanno cominciando a sensibilizzarsi al tema e a dare delle risposte abbastanza concrete in termini di collaborazione e di aiuto», ha continuato il numero uno della Polizia postale. «Noi, da parte nostra stiamo cercando di accelerare i tempi e di stabilire strategie comuni a livello internazionale ma ci attendiamo molto anche da nuovi strumenti come la Convenzione di Lanzarote (approvata in via definitiva dal senato il 19 settembre scorso, ndr) che migliorerà l’azione di contrasto con tutta una nuova serie di norme».

Di qui, la necessità di far ricorso a veri e propri spazzini del web, società specializzate nella pulitura della rete dai contenuti non indesiderati. «Sono sempre più numerosi i casi di aziende o personaggi pubblici che si rivolgono a esperti per bonificare internet dal materiale sgradito», ha continuato Mele. «Le tecniche di reputation washing, operate da team di legali in tandem con esperti informatici, partono da uno screening completo della rete per avere un quadro dei contenuti presenti online. Questo processo viene realizzato attraverso il ricorso a software dedicati che scandagliano ogni angolo del web alla ricerca di informazioni relative a un determinato soggetto». E questo perché i motori di ricerca, anche i più avanzati come Google, indicizzano soltanto una minima parte di quanto circola effettivamente in rete, tra l’8 e il 10%. Una volta che si possiede un quadro chiaro della situazione, la parola passa agli avvocati che intraprendono azioni legali, quando possibile, per vedersi riconosciuti i propri diritti che, di volta in volta, possono andare dalla rimozione del contenuto online fino ad arrivare al versamento dei diritti d’autore per l’utilizzo abusivo di un contenuto. Tutto questo in un mondo ideale. Ma le cose non sono vanno sempre così. «Tutti i paesi europei si sono dotati di una normativa sulla privacy armonizzata e sul diritto d’autore. Le stesse tutele sono garantite anche negli Stati Uniti, in Australia e nella maggior parte dei paesi occidentali dove è sempre possibile ottenere un riscontro concreto ai contenuti presenti in rete», ha continuato Mele. «È il caso, per esempio di Facebook che tempo fa ha recapitato un fascicolo di 8 mila pagine a un utente americano che aveva fatto richiesta al social network dei dati che lo riguardavano». Ma il resto del mondo è ancora un Far west. «Se un contenuto finisce su un server, non dico di qualche piccolo staterello offshore, ma anche cinese, indiano o nigeriano, tanto per fare alcuni esempi, la possibilità di intentare una causa per vedersi riconosciuti i diritti d’autore o garantita la tutela della privacy è una partita persa in partenza», ha continuato Mele. «Per questo, la prima forma di tutela che si raccomanda è di prestare estrema attenzione nella pubblicazione di contenuti online». Un primo tentativo di regolamentazione della rete dovrebbe arrivare nei prossimi mesi. Entro la prima metà di dicembre, infatti, si riunirà a Dubai la Conferenza Onu organizzata dall’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit) con lo scopo di aggiornare gli accordi internazionali in materia di telecomunicazioni siglati quasi 25 anni fa. Le nuove regole dovranno tenere conto degli enormi passi avanti compiuti dalla tecnologia dal 1988 a oggi includendo l’avvento di internet e la necessaria regolamentazione della rete. Ma non tutti sono concordi sulla necessità di porre delle briglie alla libera espansione della rete. Una delle principali voci fuori dal coro è quella di Robert McDowell, commissario dell’authority statunitense Fcc (Federal communications commission), che parlando il 28 giugno scorso di fronte all’Associazione Ego ha spiegato che «internet è stata isolata dal controllo governativo divenendo rapidamente la più grande storia di successo di deregolamentazione di tutti i tempi. Ribaltare i fondamenti del multi-stakeholder model porterà a una balcanizzazione della rete, che nella peggiore delle ipotesi verrà soffocata. Un approccio top-down, centralizzato e internazionale è antitetico all’architettura del web, una rete globale che non necessita di alcuna frontiera. Nessun governo o organismo intergovernativo può prendere decisioni tecniche ed economiche in un tempo limitato come accade tra il popolo di internet». Sarà anche vero ma sta di fatto che internet viene spesso utilizzato in maniera impropria. O più semplicemente con molta leggerezza da parte degli utenti. «Il world wide web è stato inventato in America durante la guerra fredda per garantire lo scambio di informazioni in caso di attacco nucleare. E non si può negare che in questo senso assolva al suo compito in maniera egregia», ha continuato Mele. «Ogni volta che pubblichiamo qualcosa online, il documento viene frazionato in migliaia di pacchetti che si diffondono come uno sciame nella rete per poi ricompattarsi soltanto a destinazione. Il sistema funziona alla perfezione. Ma certamente non in sicurezza. Durante il cammino dei dati nei meandri del web, è facilissimo metterci su le mani. A meno che le informazioni non siano state criptate». Ma d’altra parte, la sicurezza dei contenuti messi online non era una priorità degli inventori del web.

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