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Il vortice aumenti colpisce i big bancari di Piazza Affari

Banche di nuovo sotto assedio a Piazza Affari, in quella che rischia di diventare la vera settimana nera per il credito italiano. Ieri sui listini è andata in onda una sorta di replica della giornata di martedì: investitori alla larga dai titoli bancari, tutti penalizzati pesantemente, l'indice Ftse Mib in calo dell'1,24% e (con l'eccezione di Madrid e Atene) fanalino di coda in Europa. Anche i discorsi fra gli operatori, del resto, sono gli stessi, perché a tenerli in allarme è la prospettiva di nuovi aumenti di capitale dopo che Ubi Banca, con il suo annuncio a sorpresa di lunedì sera, ha scoperchiato il classico vaso di Pandora.

L'aggravante di ieri, semmai, si chiama Irlanda. La Banca centrale di Dublino ha pubblicato nel pomeriggio gli esiti degli stress test come largamente atteso (anche se in anticipo rispetto agli altri Stati europei). Il conto da pagare per risanare il sistema finanziario locale al collasso è di ulteriori 24 miliardi di euro oltre i 46 miliardi già versati. Niente di particolarmente diverso da quanto trapelato nei giorni precedenti (fra l'altro lo stesso piano internazionale di sostegno all'Irlanda prevedeva una somma di 35 miliardi), ma evidentemente un evento sufficiente a risvegliare le tensioni sui mercati.

I titoli di Stato di Dublino sono precipitati: per attirare compratori ieri sera, ammesso che ce ne fossero, un decennale irlandese doveva offrire un rendimento del 10,47%, il 7,10% (ovvero 710 punti base) in più rispetto alla «sicurezza» del bund tedesco. Ma il contagio, come nei giorni più difficili della crisi del debito sovrano, si è esteso immediatamente a Portogallo (lo spread rispetto alla Germania è salito al massimo di 509 punti), Grecia (948) e Spagna (193). Neppure il BTp di casa nostra è rimasto immune alle vendite e lo scarto sul bund è risalito a quota 148.

Questo forse, più che la vera minaccia degli stress test (la cui severità è ancora tutta da verificare), ha pesato sui titoli bancari di casa nostra secondo uno schema ampiamente collaudato nelle giornate ad alta tensione. Un po' perché gli istituti di credito italiani, a parità di fondamentali rispetto ai concorrenti europei, soffrono l'handicap del rischio Paese. Ma soprattutto perché di bond sovrani (e in particolare delle obbligazioni del Tesoro) i portafogli delle banche della Penisola sono pieni: ogni tensione su questi ultimi si ripercuote inevitabilmente anche sulla redditività dei finanziari e dà agli investitori validi pretesti per vendere le loro azioni quotate.

Il tema ricorrente resta però quello degli aumenti di capitale delle nostre banche: quelli effettuati, quelli annunciati e soprattutto quelli che il mercato teme di veder spuntare nelle prossime settimane. Sulla carta, secondo le stime della Banca d'Italia, per adeguare i requisiti patrimoniali alle indicazioni di Basilea 3 le banche dovranno mettere mano al portafoglio per circa 40 miliardi. La rivoluzione normativa sarà graduale, ma l'esempio di Ubi (ricapitalizzazione da un miliardo) ha ricordato a tutti che giocare d'anticipo è sempre possibile.

Non è un caso, quindi, che ieri il titolo della banca guidata da Victor Massiah abbia perso sì, ma meno di altri (-1,5%, quasi -14% però da inizio settimana) che da ora in poi la potrebbero sostituire nel mirino dei ribassisti. Prima fra tutte Intesa Sanpaolo (-4,5%), che fra i rumor ricorrenti sul listino potrebbe a breve seguirne l'esempio, ma anche UniCredit (-3,7%), che pure ha i ratio patrimoniali più elevati (Tier 1 all'8,6%) e in teoria già in grado di sopportare le prime fasi di Basilea 3. La lista dei perdenti prosegue con Popolare Milano (-3,4%) e Mps (-2,6%), che l'aumento l'hanno (per ora) accantonato, mentre almeno oggi l'unico a evitare le vendite è stato quel Banco Popolare (+0,1%) che la sua operazione da 2 miliardi l'ha già effettuata.

Nel resto d'Europa la giornata per i finanziari non è stata poi tanto migliore, ma un po' di selezione in più si è vista. Così, se le banche spagnole (-2,4% Santander e -2,9% Bbva) e francesi (-3,6% Credit Agricole e -3,2% Bnp Paribas), le tedesche sono riuscite a limitare i danni. A dimostrazione che in giornate come quelle di ieri il rischio Paese resta pure sempre un fattore dominante, anche in Borsa.

 

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