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Il veto di Monti all’Europa “Senza il piano anti-spread nessun accordo al Consiglio Ue”

È quando si accedono le televisioni per vedere l’altra Italia-Germania, quella che si gioca a Varsavia, che i leader europei iniziano a parlare di spread. Indietro non si torna. Anche riccorrendo all’arma estrema del veto, Monti e Rajoy – appoggiati da Hollande – sono pronti a bloccare i colleghi a Bruxelles. Entro la riapertura dei mercati di lunedì mattina vogliono un accordo su quello scudo contro i tassi che riporti subito i titoli di Stato al costo che gli spetterebbe se l’Europa avesse adeguati meccanismi anti-contagio. Non ci sono alternative, se non un nuovo e immediato bagno di sangue sui mercati. Almeno così la pensano a Roma, Madrid e Parigi. Che giudicano ottimo il piano per la crescita da 130 miliardi, così come la proposta di Van Rompuy per riformare nei prossimi 5-10 anni l’Unione in modo da proteggerla dalle crisi future. Ma non credono che basteranno a convincere gli investitori sul fatto che l’euro è irreversibile. Vogliono misure immediate. Vogliono l’annuncio di uno scudo che permetta al fondo salva-stati (Esm) di
comprare (anche tramite la Bce) i titoli di un Paese virtuoso nel caso lo spread superi una determinata soglia. L’unico modo per abbassare i tassi che stanno soffocando nazioni l’Italia, facendo tremare l’euro.
Sono le nove del mattino quando Monti arriva al Justus Lipsius, il palazzo del Consiglio europeo. Al telefono sente il belga Di Rupo, che lo appoggia, Rajoy e il presidente dell’Eurogruppo Juncker. Ma soprattutto Monti si confronta con la Merkel. Quindi le bilaterali con Van Rompuy e Barroso. Proprio in quei minuti il Tesoro mette all’asta 2,5 miliardi di Btp a cinque anni e 2,9 miliardi a dieci: verranno venduti pagando interessi ai massimi da dicembre (5,84% e 6,19%). Un brutto segno.
Appena sceso dal treno che da Parigi lo ha portato a Bruxelles, Hollande raggiunge Monti. Gli parla della cena della sera precedente con la Merkel. Le controproposte della Cancelliera
per calmare i mercati non sono convincenti. La Merkel alle cinque di oggi pomeriggio deve essere al Bundestag di Berlino per la ratifica dell’Esm e del Fiscal Compact. Monti e Hollande decidono che non bisogna permettere che parta con tutte le decisioni approvate tranne quella sugli spread. Temono che l’indomani non tornerà a Bruxelles per proseguire il negoziato. Già dalla mattina nei meandri del palazzone europeo gli sherpa lavorano freneticamente sui testi. Cercano di scrivere una proposta giuridicamente e politicamente accettabile per tutti. Dal fronte germanico arriva un’illusione ottica, il ministro delle Finanze Wolfgang
Schaeuble, l’uomo che per primo si è detto pronto a discutere con noi, apre agli Eurobond. Ma è una bolla di sapone, li vuole solo quando, tra parecchi anni, la Ue potrà mettere le mani nei bilanci nazionali. E sul fatto che l’Esm possa comprare i Bond dei Paesi con gli spread alle stelle, come chiede Monti, dice che è possibile, «ma con le regole esistenti». Ovvero firmando un memorandum che preveda riforme lacrime e sangue in stile Grecia con il controllo della famigerata troika Ue-Bce-Fmi. Quello che l’Italia vede come la peste. Da Berlino fonti governative rincarano la dose: il paventato terremoto dei listini in caso di mancato accordo
è solo un esercizio di «catastrofismo».
Dopo pranzo i leader iniziano a confluire verso il Justus Lipsius. Parlano davanti alle telecamere. Si fa la conta. Chi sta con chi. Ora il commissario Ue Olli Rehn ci sostiene. Come Juncker. Il ministro delle finanze irlandese, Michael Noonan, afferma che per la sopravvivenza di tutti «è molto importante tenere il rendimento dei titoli italiani al 4% o anche sotto». Ma si schiera anche il fronte del Nord, quello dei rigoristi che mantengono tassi di finanziamento vantaggiosi e non vogliono spendere un centesimo di troppo per aiutare gli altri. Anzi, usano la crisi per fargli fare le riforme. Un gioco che
rischia di sfuggire di mano. Il premier finlandese Katainen dice che «è difficile fare miracoli ». Poi verrà fuori che i temutissimi uomini scesi da Helsinki hanno proposto di garantire i prestiti con beni del patrimonio pubblico. Ci avevano provato con il Partenone, ora ci riprovano con il Colosseo. Monti rimanda la proposta al mittente. L’olandese Mark Rutte – premier dimissionario assediato dall’estrema destra di Wilders – chiede ai mediterranei di «stringere i denti e fare quello che non avete fatto ». Serafica la Merkel si ostina a dire che si parlerà del pacchetto per la crescita, tralasciando il resto.
Alle tre e mezza si chiude la porta della sala del Consiglio. Si lima il testo sulla ripresa economica. È pieno di idee italiane negoziate per mesi da Monti e Moavero. Fuori dalla sala al settimo piano si tratta. Gli sherpa – per noi il viceministro Grilli – si riuniscono per scrivere una proposta da far discutere ai leader. Iniziano alle cinque, andranno avanti fino a quando fuori sarà buio pesto. Nei corridoi gli italiani ricordano che in ballo c’è l’integrità della zona euro, spiegano che senza decisioni a Roma potrebbero arrivare i populisti anti-euro. Una minaccia. Si fanno i nomi di Grillo e Berlusconi. Il documento prodotto dagli sherpa promette
bene. Contiene la possibilità di dare al fondo salva-stati una licenza bancaria. Quello che chiede l’Italia perché si possa abbeverare dalla Bce e avere munizioni illimitate per aiutare i Paesi alle prese con gli spread. L’arma anti speculatori. Ma va fatto digerire dai leader.
Alle sette il summit viene sospeso per qualche minuto. Si va a cena. Nelle salette delle delgazioni si accendono i monitor per vedere la partita. Qualche premier chiede uno schermo in sala, ma il presidente Van Rompuy gela tutti: «Siate seri …». Si deve chiudere sul pacchetto per la crescita, ma Monti blocca del tutto, chiede misure immediate per calmare i mercati, vuole prima un accordo sugli spread altrimenti il Consiglio non potrà essere chiuso. Nonostante i toni sono pacati, la Merkel rimane di stucco. Il veto italiano non se lo aspettava, capisce che se non cede dovrà andare a Berlino e poi tornare a Bruxelles sabato per continuare il negoziato. Prende la parola Rajoy, che fa il bis con il suo di veto. Vuole la ricapitalizzazione diretta delle banche iberiche. Si discute. Monti si aggiorna sulla partita dell’Italia via sms. La Merkel fa qualche capatina nella saletta tedesca.
Poco dopo le dieci Van Rompuy e Barroso scendono in sala stampa, dicono che «due paesi che tengono molto a discutere di misure a breve termine» fermano il testo sulla crescita, che pure apprezzano. Italia e Spagna. Le due finaliste di Euro 2012. A memoria d’uomo è la prima volta che un leader italiano mette il veto in Europa. I leader rientrano nel salone del vertice. La Merkel si complimenta con Monti per la vittoria di Varsavia. Le conclusioni sulla crescita le firmano tutti, tranne Italia e Spagna. Per passare serve l’unanimità. Verso l’una di notte i premier “non euro” lasciano la sala. Quelli della moneta unica negozieranno ancora. Se oggi non troveranno un accordo entro ora di pranzo, Monti e Rajoy insisteranno per far tornare tutti domani mattina. E in fretta. Perché il premier ha voglia di andare a Kiev per vedere la finale proprio con Rajoy.

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