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Il vento gelido della concorrenza fa venire i brividi a Apple

L’equivalente dell’economia di un intero Paese è sparita in due mesi. Sono le dimensioni gigantesche del crollo di Apple in Borsa. L’azienda di Cupertino che ha inventato l’iPhone e l’iPad era arrivata a una capitalizzazione di 661 miliardi di dollari lo scorso 21 settembre, quando le sue azioni costavano 705 dollari. Ora è scesa del 20% alla quotazione di 561 dollari, con una capitalizzazione di 525 miliardi. Resta sempre l’azienda più grande al mondo, secondo questo parametro, ma i 136 miliardi di dollari bruciati in Borsa — tanti quanto il prodotto interno lordo dell’Ungheria — fanno impressione. E fanno riflettere: è stata una correzione «normale», dopo una rivalutazione del 70% dall’inizio dell’anno? Oppure è il segnale che, un anno dopo la scomparsa di Steve Jobs, Apple comincia ad avere seri problemi a restare allo stesso altissimo livello di qualità voluto dal suo fondatore? O, ancora, è solo la punta dell’iceberg di una fase Orso destinata a colpire tutta l’industria dell’alta tecnologia?
Calo diffuso
Apple in effetti non è l’unica blue chip tecnologica ad aver perso quota in Borsa nelle ultime settimane. L’intero indice Nasdaq — pieno di titoli high-tech — è sceso di oltre il 7% dallo scorso 14 settembre, quando aveva toccato il massimo degli ultimi 12 anni; e ha trascinato giù del 5% anche l’indice azionario più generale S&P500, su cui i titoli tecnologici pesano per il 19%. Gli ultimi bilanci trimestrali di Apple, Google, Ibm, Intel e Dell — per citare solo i marchi più noti — hanno deluso le aspettative degli investitori mostrando un generale calo dei margini di profitto (la media del settore è scesa dal 19 al 17%). E le stime aziendali per il prossimo futuro sono ulteriormente negative. La stessa Apple ha avvertito che i suoi profitti possono scendere del 20% e oltre per il trimestre in corso. Per non parlare della sorpresa, la scorsa settimana, delle accuse di conti truccati alla Hewlett-Packard, una dei 30 componenti dell’indice Dow Jones, anch’esso in perdita di oltre il 5% da metà settembre. La tendenza è preoccupante perché il settore high-tech è un barometro non solo degli umori di tutta Wall Street, ma anche dell’economia mondiale, essendo la maggior parte del suo fatturato realizzata fuori dall’America.
Gli ottimisti minimizzano il significato dei recenti cali di Borsa e li giustificano, fra l’altro, con la decisione di molti investitori americani di liquidare le azioni su cui avevano accumulato più guadagni, per evitare di pagare tasse più alte sui capital gain. Queste ultime infatti possono aumentare dall’attuale 15% al 20% dal primo gennaio 2013, se gli sconti fiscali di Bush vengono lasciati scadere come intende fare il presidente Barack Obama. Più alti sono i guadagni virtuali, più forte è la tentazione di incassarli subito, il che vale in particolare per le azioni Apple.
Ma l’azienda guidata da Tim Cook ha altri oggettivi problemi. Il più serio è la concorrenza crescente di Android, la piattaforma per apparecchi mobili creata da Google in alternativa al sistema operativo iOS di Apple. Gli smartphone e i tablet che funzionano con Android stanno guadagnando quote di mercato più rapidamente degli iPhone e degli iPad. «Il rischio è che alla fine il mercato mobile vedrà il ripetersi della storia del mercato dei personal computer, dove Apple è passata dall’essere l’innovatore dominante negli Anni 80 a un operatore di nicchia marginalizzato», ha scritto su BusinessInsider l’analista Henry Blodget. Altri esperti del settore non sono d’accordo, come spiega Barry Jaruzelski di Booz & Company nell’intervista a pagina 3. Ma resta il fatto che il lancio dell’iPad Mini è un riconoscimento implicito da parte di Apple dell’incalzare dei rivali con i loro tablet più piccoli e meno cari. E se finora la quota di mercato dell’iPhone ha continuato ad aumentare è perché i Galaxy di Samsung e gli altri Android hanno guadagnato terreno ai danni di Nokia e Rim-Blackberry, ma a un certo punto la crescita parallela dei due principali sistemi finirà. Allora Apple dovrà decidere se per difendere le sue posizioni potrà rinunciare a una fetta dei profitti.
Margini di crescita
Circa un terzo degli utili dell’azienda di Cupertino stimati per quest’anno viene dall’iPhone, che ha margini di profitto lordi del 55%; il 15% viene dall’iPad e il 10% dal Mac, entrambi con margini attorno al 30%. Spazi per aumentare i volumi assoluti delle vendite ci sono. Basti pensare che Apple ha alleanze con 255 operatori di telefonini in 114 Paesi, mentre Rim vende i suoi BlackBerry con 580 operatori in 165 Paesi. Secondo l’analista di Deutsche Bank Chris Whitmore, Apple ha penetrato solo il 10% del suo potenziale mercato. Ma per conquistare nuova clientela, soprattutto nei Paesi emergenti, dovrà probabilmente abbassare i margini di profitto. A meno che non trovi nuovi modi per rendere ancora più efficiente e meno costoso il processo produttivo, compito non facile viste le richieste di aumenti salariali nelle fabbriche cinesi e le difficoltà del fornitore Foxxcon a consegnare gli iPhone 5 secondo i tempi e i modi dettati da Cook.
Ma se c’è una costante nella storia di Apple è di non essere prevedibile e di continuare a stupire tutti — seguaci, analisti e critici — osserva il blogger Horace Dediu su Asymco.com, ricordando che Apple è «crollata» in Borsa altre volte dal 2001 (l’anno dell’iPod) a oggi, realizzando però nel complesso una performance stellare del 6.000%.

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