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Il valzer di Big Pharma Nel giro di poche ore merger da 65 miliardi

NEW YORK . I colossi farmaceutici mondiali si lanciano in un vortice di fusioni e acquisizioni. Nell’arco di poche ore le operazioni annunciate hanno raggiunto 65 miliardi di dollari di valore. Il gruppo canadese Valeant, alleato con il finanziere William Ackman, ha lanciato una scalata ostile all’americana Allergan, le cui specialità includono il Botox (anti-rughe) e Lumigan (collirio anti-glaucoma): valore 42 miliardi di dollari. Valeant ha dimensioni identiche, anch’essa capitalizza 42 miliardi in Borsa, tra le sue specialità ci sono il trattamento anti-acne Solodyn, l’anti-rughe Dysport e le soluzioni liquide ReNu per lenti a contatto. In un altro complesso intreccio di accordi, le tre multinazionali Novartis, GlaxoSmithKline (Gsk) ed Eli Lilly hanno accorpato o scambiato varie attività del valore di 25 miliardi di dollari. La svizzera Novartis ha venduto i suoi vaccini all’inglese Gsk, dalla quale ha comprato la divisione di terapie anti-tumorali; le due hanno fuso le proprie attività nei farmaci da banco. L’americana Eli Lilly ha rilevato da Novartis la filiale che produce farmaci per animali. Sullo sfondo ci sono anche le grandi manovre lanciate dall’americana Pfizer per conquistare la britannica AstraZeneca: quest’ultima vale 80 miliardi in Borsa ma un’Opa potrebbe valutarla fino a 100 miliardi. I negoziati per un’acquisizione amichevole finora non hanno avuto esito, e AstraZeneca potrebbe ripiegare su una fusione “difensiva” con AmGen.
L’improvviso turbine di fusioni e acquisizioni nell’universo Big Pharma rimette in primo piano un settore che non era stato così attivo dal 2009, l’anno in cui Pfizer comprò Wyeth per 64 miliardi e Merck comprò Schering-Plough per 51 miliardi. Oggi le motivazioni sono in buona parte difensive: crescere per tagliare i costi, riducendo in particolare gli investimenti nella ricerca. Non è certo una buona notizia per il consumatore-paziente. Purtroppo è proprio sul fronte della ricerca di nuovi farmaci, che si nascondono le “opportunità” più ghiotte per i protagonisti di queste colossali operazioni finanziarie. La chiave difensiva ha due cause. Da un lato l’austerity; dall’altro l’avanzata dei farmaci generici. Sul fronte dell’austerity si possono raggruppare diversi fenomeni. In Europa anche la spesa sanitaria cade sotto i tagli dei bilanci pubblici. Quei sistemi dove la sanità fa capo ad un singolo gestore pubblico (che acquista o rimborsa ex post una parte delle spese per farmaci) diventano dei clienti meno generosi.
Negli Stati Uniti c’è la grossa novità di Obamacare, la riforma sanitaria che dopo le interminabili controversie politiche e al termine di un lunghissimo rodaggio sta entrando davvero in funzione dall’inizio di quest’anno. Anche qui una delle conseguenze è un atteggiamento più rigoroso sulla spesaper medicinali. In quanto ai farmaci generici, la loro diffusione è anch’essa in parte la conseguenza di regole e direttive diramate dalle autorità sanitarie o dalle compagnie assicurative che rimborsano i pazienti. Inoltre qui interviene il fatto che alcuni farmaci molto redditizi si avvicinano alla scadenza del loro brevetto esclusivo. Per prendere due esempi molto famosi che riguardano Pfizer, questo gruppo da oltre 60 miliardi di fatturato ha tra i suoi prodotti il Viagra e il Lipitor che hanno raggiunto o stanno per raggiungere i limiti di validità dei rispettivi brevetti (anche se ciò accade in fasi diverse a seconda se si tratti del mercato americano o europeo). Una volta scaduta la protezione esclusiva del brevetto, sul mercato sono disponibili farmaci generici che hanno margini di profitto molto inferiori. Gran parte delle fusioni e acquisizioni dunque punta a prevenire la caduta della redditività, aumentando il potere oligopolistico e soprattutto tagliando i costi. Che la ricerca scientifica sia una delle vittime predestinate, lo indica proprio l’operazione Valeant-Allergan. Qui il protagonista più emblematico è un puro raider finanziario, lo scalatore William Ackman.
E’ lui ad avere rastrellato in Borsa una quota del 10% delle azioni Allergan per 4 miliardi, per poi bussare alla porta della canadese Valeant e proporle di unire le loro forze per la scalata. Ackman ha trovato il suo alleato ideale nel chief executive di Valeant, Michael Pearson: quest’ultimo è un ex della società di consulenza McKinsey. Ed ha una fama sinistra. La specialità di Pearson è proprio quella di comprare aziende e poi tagliare senza pietà i loro laboratori di ricerca, in modo da alleggerire le spese e aumentare i profitti. In Allergan Ackman e Pearson hanno visto una preda attraente per la sua gamma di prodotti. Il Botox in un decennio si è affermato con un successo spettacolare: le iniezioni a base di botulino combattono le rughe e offrono un’alternativa alla chirurgia estetica. Il Lumigan ed altri trattamenti di gocce per il trattamento preventivo del glaucoma sono medicinali che le compagnie assicurative fin qui hanno rimborsato con una certa generosità.
Il chief executive della svizzera Novartis, l’americano Jo- seph Jimenez, ha dato al New York Times la sua spiegazione sulle motivazioni di quest’ondata di acquisti. «Nel prossimo decennio – ha dichiarato Jimenez – i sistemi sanitari di tutti i paesi saranno sotto pressione per controllare i costi, dato che aumenterà rapidamente il peso della popolazione anziana, mentre diminuirà il potere d’acquisto dei consumatori-pazienti e un numero minore di persone sarà in grado di pagarsi i medicinali. E’ una realtà demografica ». Lo stesso Jimenez si è detto fiducioso che le fusioni possano ottenere il nulla osta delle autorità antitrust nelle varie aree del mondo. E qui un’incongruenza è evidente. Big Pharma ha un impatto enorme sulla salute di intere popolazioni, eppure a deliberare sulle operazioni d’ingegneria finanziaria di queste multinazionali saranno autorità antitrust generalmente sprovviste di competenza sui temi della salute. Peraltro un recente studio dell’economista italoamericana Mariana Mazzucato (“The Entrepreneurial State”) dimostra che il settore privato investe sempre meno in ricerca, e gran parte dell’innovazione è stata originata da investimenti pubblici, ivi compreso nella Silicon Valley.
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