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Il trionfo di Macron

Quando alle nove di sera appare per sbaglio mentre la truccatrice lo sta ancora incipriando e lui chiede di alzare il prompter per leggere meglio, appare finalmente umano. Il tecnocrate brillante, glaciale, sin troppo perfetto, mostra un po’ di emozione facendo un primo discorso impacciato, non memorabile, da ottavo presidente della Quinta Repubblica. Poco importa, ci sarà tempo per scoprire chi è davvero questo uomo di trentanove anni, tecnocrate sconosciuto fino a poco fa, l’alieno politico senza partito, il nuovo piccolo principe repubblicano che ha evitato al Paese di sprofondare nell’odio e nel rancore, con un distacco di trenta punti sulla rivale Marine Le Pen. «Governerò con amore» promette.
«Oggi inizia una nuova era di speranza e fiducia» prosegue il leader di En Marche, il movimento che ha fondato appena un anno fa con una piattaforma in Rete e le adesioni solo con un clic. Comunque sia festa per un pericolo scongiurato, dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump, il populismo non è sempre vittorioso. «Ci dicevano che era impossibile, ma non conoscevano la Francia». E pazienza se è una scelta di ripiego, un voto con il naso turato o con i guanti, l’astensione è da record, oltre quattro milioni di schede bianche.
La sfida più difficile comincia adesso, riconciliare un paese che al primo turno ha votato quasi al 50 per cento gli estremi e dove al ballottaggio oltre undici milioni di francesi hanno deciso di stare con il Front National. «Grazie a chi mi ha votato e anche a chi non mi ha scelto» commenta nel messaggio in diretta dal suo quartier generale, diventato una fortezza inaccessibile nel pomeriggio, quando i primi exit poll confidenziali annunciavano una schiacciante vittoria. Il nuovo Presidente esprime un «saluto repubblicano» all’avversaria e a chi ha votato gli «estremi», tra cui gli elettori di Jean-Luc Mélenchon, ma anche un omaggio al presidente Hollande da cui prenderà le consegne all’Eliseo domenica prossima.
Il giovane leader è rimasto serio nel suo ufficio fino al momento della proclamazione dei risultati, circondato da un piccolo gruppo di collaboratori. La moglie Brigitte ha pianto. Lui ha studiato la coreografia per la celebrazione al Louvre, a metà strada tra la Concorde dove Sarkozy aveva festeggiato la vittoria nel 2007 e la Bastille scelta da Hollande cinque anni fa. La spianata del Louvre era già stata scelta negli anni Settanta da Valery Giscard d’Estaing citato spesso da Macron come esempio di rinnovamento generazionale e politico.
Tra bandiere francesi ed europee come in tutti suoi comizi, Macron arriva solo, camminando: En Marche. In abito e cappotto blu, attraversa il cortile del Louvre accompagnato dall’“Inno alla Gioia». «Difenderò la Francia e l’Europa». Parla sotto alla Piramide di vetro voluta da François Mitterrand, davanti a molti giovani che non avevamo mai votato, alcuni piangono. Ci sono anche famiglie che hanno portato i bambini in una serata di maggio più fresca del solito. Macron fa salire sul palco la sua di famiglia allargata diversa da tante. Al centro la moglie Brigitte, conosciuta venticinque anni fa al liceo, di cui ha adottato i figli e i sette nipotini. Il non ancora quarantenne Macron è coetaneo di una delle nuore e già nonno. La coppia si stringe attorno a una bambina. Il leader di En Marche promette di combattere la «menzogna», «l’immobilismo», di essere il Presidente- pacificatore, riportando l’ottimismo nel paese più pessimista del mondo, e lo spirito di conquista che, dice, «riassume il genio francese». Punterà su «lavoro, scuola e cultura» per costruire il futuro di una nazione che da tempo s’interroga e si tormenta sul proprio declino.
La Francia è in cammino senza sapere dove andrà. E’ una festa piena di ombre. La capitale è attraversata da tafferugli di militanti dell’estrema sinistra contro il “President-banchiere”. I sindacati sono già pronti a contestare la riforma annunciata sul mercato del Lavoro. Il segretario del partito socialista definisce «sconcertante, quasi inquietante» il risultato. Jean-Luc Mélenchon fa degli auguri forzati al nuovo capo dello Stato insinuando che rappresenta la “continuità” con il “peggiore Presidente della Storia”, ovvero Hollande. Senza neanche farlo apposta, anche Le Pen pronuncia la stessa accusa: «continuità». Una volta Macron ha raccontato lo sconforto nel vedere quanto «il potere possa paralizzare ». Adesso dovrà dimostrare che lui è capace di non finire stritolato nella trappola dell’Eliseo. Sulla carta, appare più fragile di alcuni predecessori. Ieri ha fatto un elogio di una qualità desueta: l’audacia. «Questa sera avete scelto l’audacia, e l’audacia la porteremo avanti perché è quello che i francesi aspettano da noi, è quello che il mondo aspetta da noi. Attendono che la Francia li sorprenda, è quello che faremo». Dovrà ricordarsene se non vuole che, come spesso accade nella tradizione francese, alla rivoluzione segua la restaurazione.

Anais Ginori

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