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Il triangolo di Stato vale 5 miliardi in Borsa. Forse E Ferrovie? Bloccata sul binario

Sono tre le società pubbliche che possono viaggiare a breve verso la Borsa, cioè Poste, Enav e, nel caso, anche la Sace controllata da Cassa depositi e prestiti, se la nuova gestione Costamagna-Gallia vorrà prendere in considerazione i progetti già approntati per il governo, nel nuovo piano industriale che Cdp sta preparando con McKinsey. È il triangolo delle privatizzazioni di Piazza Affari. Può portare, a grandi linee, un incasso di oltre 5 miliardi: 2,4 come minimo dal 40% di Poste, 700 milioni circa dal 49% di Enav, un paio di miliardi da Sace (2,3 nel calcolo sul patrimonio netto per un’ipotesi di quotazione del 49%, vedi grafico: non c’è nulla di definito e può prevalere la strada di cederla a terzi). 
Ma non sono soldi «tutti e subito». I tempi delle privatizzazioni, attraverso il debutto in Borsa o la vendita parziale, si stanno allungando. Enav slitterà al 2016 e così Sace, ripescata nelle privatizzazioni con il Def 2015 di aprile. Malgrado l’impegno, Ferrovie appare poi ferma (vedi box). Finisce che quest’anno sarà quotata solo Poste, sempre che tutto funzioni. Siamo lontani dagli obiettivi del governo.
Il divario
Nel Def 2015 si parla infatti di cessioni di quote di aziende pubbliche per avere «maggiori entrate per 0,4 punti percentuali di Pil nel 2015, 0,5 nel 2016 e 2017 e 0,3 nel 2018». Significa che per quest’anno l’obiettivo è di circa 6,5 miliardi, ipotizzando un Pil a 1.627 miliardi (+0,7% dall’anno scorso, ultime revisioni). Obiettivo già ridotto rispetto a quello iniziale del governo Renzi, che era lo 0,7% del Pil (si parlò di 9-10 miliardi).
Ebbene, di questi 6,5 miliardi finora ne sono stati incassati solo un terzo: i 2,163 miliardi dalla cessione sul mercato del 5,74% dell’Enel.
Se Poste (assistita da Rothschild e Clifford Chance) andrà in Borsa, l’incasso totale da privatizzazioni quest’anno potrà arrivare a 4,5 miliardi, nell’ipotesi minima: cioè con 2,4 miliardi provenienti dalla quotazione del gruppo guidato da Francesco Caio. È il 40% dei 6 miliardi, il minimo della forchetta 6-11 indicato in primavera dal governo. Se invece fosse considerato il massimo (ma è improbabile), l’incasso per il Tesoro sarebbe di 4,4 miliardi, quindi l’obiettivo 2015 sarebbe raggiunto (più i 2 dell’Enel si arriva a 6,5). Si capisce quanto sarà determinante il prezzo in Borsa di Poste, che le banche stanno ancora cercando di definire. Il Tesoro ha l’esigenza di valorizzare il più possibile, ma fare il prezzo di un gruppo così complesso non è facile e la volatilità delle piazze dopo il crollo estivo dello yuan, la valuta cinese, impone cautela: Piazza Affari da inizio anno al 4 settembre ha guadagnato il 16%, la metà di quanto era cresciuta da gennaio a giugno (+26%). L’argomento ha occupato le cronache estive a lungo, perché Poste ha depositato in agosto il prospetto informativo in Consob, che ora dovrà approvarlo ed eventualmente chiedere modifiche. Proprio la Consob ha, fra l’altro, multato nei giorni scorsi gli ex manager di Poste per conflitti d’interesse sui prodotti offerti, e se il fatto porta Poste a ribadire la maggiore attenzione ai clienti, non è obiettivamente un buon viatico per la Borsa. Il processo è comunque avviato e «salvo sfracelli», dice una fonte, dovrebbe concludersi.
Il prezzo sarà definito verso metà ottobre, quando Consob dovrebbe dare il nulla osta. Il debutto in Borsa è atteso prima di novembre, mentre nei prossimi giorni è previsto l’incontro con i sindacati sul rinnovo del contratto. Passaggio delicato dopo l’ok di Agcom alla consegna della corrispondenza a giorni alterni.
Caio negli Usa
La prossima settimana Caio sarà a New York per vedere gli investitori, che chiederanno presumibilmente dettagli sulla riorganizzazione del servizio postale, il punto debole. È il primo dei due incontri previsti negli Usa (l’altro sarà a metà ottobre) per «vendere il prodotto». L’amministratore delegato di Poste sarà accompagnato dal direttore finanziario Luigi Ferraris, ex Enel, e probabilmente dalle banche che guideranno il collocamento: Banca Imi, Unicredit, Mediobanca, Bofa Merrill Lynch.
Già all’inizio di questa settimana potrebbero arrivare le richieste formali d’integrazione del prospetto dalla Consob. Non sono previste dagli osservatori particolari difficoltà, ma gli scossoni di Borsa potrebbero imporre variazioni.
L’operazione è del resto emblematica per il governo, che non può fallire. Chiusa questa si potrà dedicare alle altre, per esempio Sace. Che se fosse quotata, e in attesa del debutto di Fs, potrebbe essere la seconda matricola pubblica dopo Poste (ma il ricavato, attenzione, andrebbe alla Cdp).
La sorte dell’istituto di assicurazione dei crediti delle imprese esportatrici, guidato da Alessandro Castellano che apprezzerebbe uno sbocco in Piazza Affari, dipende dal piano industriale che Cdp sta preparando. Sul tavolo di Costamagna e Gallia, presidente e amministratore delegato di Cassa, c’è il progetto elaborato nei mesi scorsi per il governo dal Boston Consulting Group con Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo che la scorsa settimana era nel Congo proprio con una missione Sace. Due i temi: l’apertura del capitale, appunto, e il polo di banca export (per fare non raccolta, ma prestiti diretti) che Sace potrebbe costituire con la Simest, l’altra società per le esportazioni di Cdp guidata ora dall’ex direttore generale di Cassa, Andrea Novelli. Nel consiglio di Simest è entrata a luglio Camilla Cionini Visani che viene proprio da Sace (direttore grandi clienti e relazioni istituzionali): un segnale di convergenza.
Quanto all’Enav che controlla la sicurezza dei voli nei cieli italiani, la nuova amministratrice delegata Roberta Neri sta lavorando a testa bassa . Ex Acea, è la manager che ha portato in Borsa la municipalizzata romana. Ha esperienza finanziaria, ma è arrivata da due mesi. La data di quotazione, prevista per il 2015,non potrà essere rispettata.
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