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Il traino della Bei sui project bond

Per la crescita, per l’occupazione, per competere nella globalizzazione, nell’arco dei prossimi tre anni l’Europa è chiamata dal neopresidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker a mobilitare 300 miliardi aggiuntivi, rispetto ai programmi già esistenti. Su come scalare questa montagna di investimenti addizionali, pubblici e privati, è però stato detto poco o nulla: un «migliore utilizzo» dell’accoppiata budget europeo-Bei, strumenti finanziari esistenti (project bond, prestiti bancari cartolarizzati?) resi «più efficaci» e ricorso a nuove forme di finanziamenti o garanzie (risk sharing, lettere di credito, copertura delle prime perdite) al fine di potenziare «la capacità del sistema di esporsi a maggiori rischi». Proprio in un momento in cui alle banche viene chiesto di ridurre i rischi e agli Stati di tagliare il debito pubblico, Juncker non ha potuto escludere da questo programma l’eventualità di un ulteriore potenziamento della Bei con aumento di capitale: a stretto giro dunque dai 10 miliardi già messi sul piatto nel 2013 che porteranno a 60 miliardi di finanziamenti Bei aggiuntivi in un triennio (20 all’anno) e uno smobilizzo atteso di investimenti complessivi in più fino a 180 miliardi.
Juncker non nasconde di ambire a creare un “mercato dei capitali unico europeo” perché la strada maestra per finanziare l’economia in prospettiva sarà proprio quella di ridurre i prestiti bancari e migliorare il rapporto rischio/rendimento degli strumenti d’investimento già in circolazione (difficile crearne dei nuovi) per attrarre i capitali di nuove tipologie di investitori istituzionali, come le compagnie di assicurazione (8.400 miliardi di asset europei in gestione) e i fondi pensione (4.200 miliardi): investitori che proprio in questo momento di bassi tassi vanno alla ricerca di prodotti alternativi e sono disposti a correre qualche rischio in più. L’Italia, che fino al 2012 ha registrato uno dei tassi più bassi in Europa per i capitali privati nelle infrastrutture (pesava il 2% del partenariato pubblico e privato europeo), si sta muovendo in questa direzione, introducendo nuove regole e leggi per lanciare i project bond. Gli esperti del settore di S&P’s auspicano l’aumento della trasparenza (elemento chiave) e la certezza nella tempistica. Le infrastrutture continueranno ad essere finanziate dalle banche in prima battuta, ma dopo il termine della costruzione dell’opera (la fase più rischiosa), il prestito bancario potrà essere estinto con l’emissione di project bond sul mercato, con rischi mitigati dalle garanzie fornite dal budget comunitario e dalla partecipazione della Bei (come sottoscrittore delle tranche dei bond subordinati o con lettere di credito o garanzie rilasciate anche tramite il Fondo europei per gli investimenti).
Il mix pubblico e privato che servirà ad attivare i 300 miliardi aggiuntivi del programma Juncker dunque dovrà passare per un potenziamento delle risorse e degli interventi del budget europeo e della Bei, di matrice pubblica o quasi. L’Europa potrebbe estendere la sua capacità di finanziare a fondo perduto, accollarsi le prime perdite dei progetti infrastrutturali per ridurne il rischio: gli Stati già ultraindebitati chiederanno di essere coperti dai fondi comunitari. In quanto alla Bei, Juncker ha accennato a un aumento di capitale facendo intendere che questo passo potrebbe essere mirato a un ruolo maggiore nelle infrastrutture, soprattutto la banca larga, l’energia, i trasporti, la ricerca e lo svoluppo. Un aumento di capitale della Bei da 10 miliardi, che aumenta l’attività della Banca di 20 miliardi l’anno in un triennio, ha un effetto leva moltiplicatore importante.
Tanto la Bei e il Fei quanto l’Europa con il suo budget possono evitare di aprire subito i cordoni della borsa: per incanalare i capitali privati dei grandi investitori istituzionali verso l’economia, affinché finanzino direttamente le aziende, le Pmi e le infrastrutture, vanno esplorate nuove modalità di garanzia per rendere più attraenti gli strumenti già esistenti, come i project bond e le cartolarizzazioni. Il ricorso al budget comunitario per coprire le prime perdite e l’intervento della Bei che acquista le tranche dei bond subordinati aumentano il rating (di project bond o di cartolarizzazioni) di uno o due gradini. Non poco. I grandi investitori istituzionali, stando a fonti di mercato, nella prima metà del 2013 hanno acquistato prevalentemente project bond con rating “A” e “A-” e ora stanno scendendo alla “BBB+” e “BBB” e il costo di questi bond si sta avvicinando a quello dei prestiti bancari.
La Bei, stando agli addetti ai lavori, potrebbe fare di più anche senza varare un nuovo aumento di capitale: potrebbe correre qualche rischio in più, finanziare importi più elevati rispetto a quelli delle banche, essere meno rigida ed esigente nella valutazione dell’affidabilità dei progetti. La Bei però difendere a spada tratta la sua “AAA”, una delle poche rimaste in circolazione nel mondo.

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