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Il Toro è tornato e sogna il record

di Maria Teresa Cometto

Il Toro corre al Nasdaq, la Borsa elettronica dove sono quotate le maggiori aziende tecnologiche americane da Apple a Microsoft. Dai minimi dello scorso 3 ottobre l'indice composto delle azioni trattate al Nasdaq è infatti risalito del 24% arrivando a sfiorare 3.000 punti, un livello visto in precedenza solo 11 anni fa, nel dicembre 2000. Certo, è sempre molto lontano (- 42%) dal suo apice, i 5.048 punti del 10 marzo 2000, quando la Bolla di Internet è scoppiata. Ma il suo momento sembra positivo, mentre anche un altro famoso indice del mercato azionario americano è in forte rialzo.
Il Dow Jones industrial average (DJIA) vale il 21% più dei minimi del 3 ottobre e gli manca solo un 10% di ulteriore crescita per raggiungere di nuovo il suo massimo storico, i 14.164 registrati il 9 ottobre 2007. Intanto il Dow Jones viaggia vicino la soglia psicologica dei 13.000 punti, la stessa del maggio 2008, quattro mesi prima del crollo della banca d'affari Lehman brothers che aveva scatenato il panico sui mercati.
Motivi
A spingere all'insù Wall Street — compreso l'indice più generale S&P500, rivalutatosi del 23% dal 3 ottobre 2011 — è un insieme di fattori psicologici e fondamentali. Fra gli investitori è tornato a prevalere l'ottimismo: la maggioranza pensa che l'accordo sui debiti della Grecia scongiuri la rottura dell'euro e spiani la strada a un'Unione monetaria più stabile; i dati sul miglioramento del mercato del lavoro americano, con la disoccupazione in calo all'8,3% (il livello più basso dal febbraio 2009), fanno sperare in una più forte ripresa dei consumi; l'economia Usa continua a crescere, anche se a un ritmo non ottimale, e i profitti aziendali sembrano sempre solidi, anche se in rallentamento. «L'umore nel Paese è semplicemente migliore di quanto sia stato da un bel pò di tempo», osserva John Prestbo, direttore esecutivo della società che gestisce gli indici Dow Jones.
A rafforzare l'ottimismo c'è il dato del rapporto fra i prezzi delle azioni e i profitti delle aziende quotate: oggi i prezzi delle 30 blue chip del DJIA sono 13 volte i profitti, meno cari che nel maggio 2008, quando il rapporto era 15. E fra i 30 titoli del paniere, alcuni sono ancor più scontati, in particolare proprio quelli del settore tecnologico: Intel (semiconduttori) e Microsoft (software), per esempio, costano circa 11 volte i loro utili. E un p/e pari a 11 è il livello medio dell'intero Nasdaq. Persino Apple, una delle icone più popolari dell'high-tech americano, vale solo 14 volte i profitti. Nonostante i recenti rialzi, dunque, il Nasdaq non sembra stravolto da un'euforia simile a quella della fine Anni Novanta, quando le valutazioni medie dei titoli tecnologici erano attorno a 100 volte gli utili. E a conferma di quanto oggi possano essere attraenti questi titoli anche per chi va a caccia di occasioni sottovalutate, c'è la notizia di Warren Buffett — il guru del value investing — che negli ultimi mesi ha investito per la prima volta in questo settore: ha comprato 64 milioni azioni Ibm per 10,7 miliardi di dollari; e 9,3 milioni di azioni Intel per 200 milioni di dollari.
Eccessi
Per altri l'ottimismo è comunque eccessivo: i problemi di fondo della crisi europea non sono risolti, l'economia Usa è sempre appesantita da un debito pubblico altissimo (15 mila miliardi di dollari, tanto quanto il prodotto nazionale lordo) e il tasso ufficiale dei disoccupati non tiene conto dei milioni di persone che hanno smesso di cercare un lavoro, sostiene per esempio Joe Gordon, gestore di Gordon asset management. Inoltre la politica dei tassi di interesse zero, che la banca centrale Usa (Federal reserve) ha dichiarato di voler mantenere inalterata fino al 2014, può essere letta in due modi diversi: da una parte significa che la liquidità sul mercato continuerà ad essere elevata e, a fronte di rendimenti obbligazionari molto bassi, gli investitori saranno ancor più incentivati a rischiare in Borsa cercando guadagni superiori e spingendo quindi all'insù le quotazioni. Ma dall'altra parte vuol dire che la Fed teme ancora che la ripresa economica non sia abbastanza forte da continuare sulle proprie gambe; è insomma un segno di sfiducia nella sostenibilità dell'attuale rally.
Forse per questo il denaro «intelligente», quello cioè degli hedge fund, sta alla finestra e non partecipa al rally, secondo un recente sondaggio della società di ricerche International strategy & investments (Isi): la loro esposizione netta alle azioni è ai minimi. Il che può essere però di buon augurio, commenta il presidente di Isi, Ed Hyman: quando i gestori degli hedge fund (reduci da un pessimo 2011 per le loro performance) decideranno di non poter più stare fuori dal rally, i loro soldi daranno altra benzina da bruciare.

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