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Il tonfo dell’Indice mondiale della pace diecimila miliardi il costo del terrore

Ognuno dei 6 miliardi di abitanti della Terra, dal più povero pastore samburu del deserto eritreo al più opulento sceicco arabo o finanziere americano, porta sulle spalle un fardello di 1.350 dollari l’anno. Motivo: il mondo è diventato un posto molto meno pacifico e meno sicuro rispetto a pochi anni fa. In tutto si raggiunge l’astronomica cifra di 9,8 trilioni di dollari: è l’impatto economico della necessità di fronteggiare la violenza e le sue conseguenze. Nel calcolo sono incluse le spese militari ordinarie, il tranquillo e routinario mantenimento di un esercito in tempo di pace: ma hanno un peso non determinante, avverte l’Institute for Economics and Peace che ha realizzato il Global Peace Index, rispetto a guerre, crimini di strada, esodi di massa, tumulti di piazza, qualsiasi altra fonte di violenza immotivata e gratuita. L’istituzione di ricerca non profit di New York ogni anno predispone l’indice basandosi su dati calcolati appositamente dall’Economist Intelligence Unit. Nel 2014, per il settimo anno di fila, l’indice è in peggioramento. Sarà un caso, ma la situazione sta precipitando dal 2008, anno di inizio della crisi finanziaria. Da quell’anno il quadro si è deteriorato in 111 Paesi ed è migliorato solo in 51. Prima di allora, dalla fine della seconda guerra mondiale l’indice era stato in costante miglioramento. L’impatto economico del contenimento della violenza, dal terrorismo alla criminalità di strada,

quei quasi 10mila miliardi, nel 2014 è pari all’11,3% del Pil globale, ovvero il reddito sommato di Italia, Francia e Germania. Rispetto all’anno scorso, c’è un peggioramento di 179 miliardi di dollari, ovvero il 3,8% del totale, somma pari allo 0,4% del Pil planetario. L’istituto newyorkese redige lo studio, oltre che per motivi di divulgazione della conoscenza – e di risveglio della coscienza – espressamente per orientare gli investitori a scegliere a ragion veduta le loro mete. I parametri considerati (con voti da 1 a 5 dove il voto più è basso e migliore è il livello di pacificazione), combinati con sofisticati algoritmi a seconda del peso di ciascuno, sono 22. L’indice medio complessivo del mondo è salito a 2,06 da 1,96, ma se il valore viene aggiustato per tenere conto delle differenze di popolazione nei vari Paesi, il deterioramento è più accentuato: sempre partendo da 1,96 l’indice è arrivato a 2,20. Lo standard più “pesante” fra quelli considerati (gli viene attribuita un’importanza del 6,7% del totale) è il livello dei “conflitti organizzati” interni, cioè l’esistenza o meno, e la pericolosità, di organizzazioni criminali nonché l’intensità – anche dal punto di vista dei costi – del conflitto che lo Stato combatte contro di esse. Di poco inferiori come peso (il 6,5%) altri tre benchmark: i rapporti con i Paesi confinanti, il numero di conflitti “interni ed esterni” combattuti, e il numero di morti in conflitti all’estero (anche per le forze di peacekeeping). Seguono altri standard: il livello di criminalità percepito dai cittadini, il numero dei poliziotti per 100mila abitanti e quello dei detenuti, e ancora il numero di omicidi, la facilità di accesso alle armi (il parametro che fa crollare la “pacificazione” degli Stati Uniti), la probabilità di violente dimostrazioni di piazza, e poi l’instabilità politica, l’efficienza della giustizia, la corruzione, il funzionamento del governo, la trasparenza del processo elettorale, le libertà civili e religiose, la posizione delle donne, la partecipazione politica, l’inclusione sociale, e così via. C’è una voce sulla “dotazione di armi nucleari” che però non pesa per più del 3%. Un mix di ingredienti dal quale si cerca di ricavare il livello della convivenza civile e quindi la capacità di attrazione, di accoglienza, in sostanza di efficienza e affidabilità, di un Paese. Quest’anno come il precedente il “concorso” è stato vinto (su 166 Paesi pari al 99,8% della popolazione mondiale) dalla piccola e pacifica Islanda con il punteggio di 1,189, seguita da Danimarca, Austria, Nuova Zelanda, Svizzera, Finlandia e così via. Guardando la classifica dal senso opposto, cioè partendo dal fondo, posizione n.166, la Siria ha preso il posto come ultima dell’Afghanistan, con 3,650 contro 3,416. Risalendo ci sono il South Sudan (in discesa di 16 posti dall’anno scorso), l’Iraq, la Somalia, il Sudan, la Repubblica Centrafricana solcata dai micidiali guerriglieri Seleka, il Congo in guerra civile da trent’anni, il Pakistan. Un cahier des doleances imbarazzante sui Paesi meno fortunati del pianeta. Colpisce il crollo della Russia, per motivi sia interni che esterni, di oltre dieci posizioni fino alla numero 152, stretta fra Nigeria e Corea del Nord. La “controparte” Ucraina è poco più su, al 141° posto. E l’Italia? È al 34° posto con uno score medio di 1,675. Il punteggio più basso, cioè migliore, è alle voci “conflitti interni” e “militarizzazione”. Anche “stabilità politica” fa segnare un confortante 1,8. La situazione peggiora a voci come “sicurezza sociale” e soprattutto, un dato che fa riflettere, “percezione della criminalità presso la popolazione”, insomma paura: ben 4 punti su un massimo di 5. C’è anche una stima della spesa del nostro Paese per contrastare la violenza: 53,2 miliardi di dollari, pari a 35 miliardi di euro. È in media per Paesi comparabili come dimensioni e grado di democrazia. Semmai lascia perplessi che l’Italia sia classificata peggio di Bulgaria, Croazia, Spagna e Slovacchia, ma probabilmente falsa un po’ la valutazione l’alta densità di abitanti (che alza i parametri di calcolo dei crimini e delle forze di polizia), e anche la costosa partecipazione a missioni di pace. Non a caso, peggio dell’Italia sono piazzate Francia e Gran Bretagna. Tornando alle aree calde del mondo, l’Egitto, che aveva recuperato qualche posizione l’anno scorso dopo i traumi della “primavera araba” ricade di ben 31 posti fino al 143°, ma comunque è piazzato meglio dell’India, del Libano, di Yemen, Zimbabwe, Israele, Colombia, Niger. E peggiora anche la posizione di Paesi apparentemente inossidabili, dall’Argentina al Qatar, per i quali l’istituto di New York prevede forti tensioni sociali, gap di democrazia dalle conseguenze potenzialmente pesanti e anche contrasti con le nazioni circostanti. È quest’ultima forse la più interessante fra le classifiche pubblicate dall’istituto. Che la chiama “trend”: indica i luoghi del mondo magari oggi tranquilli ma invece da studiare con attenzione prima di avventurarvisi. Colpisce che fra questi venga ancora inclusa la Bosnia- Herzegovina o il Nepal squassato da divisioni etniche, o anche lo Zambia che ha la fama, peraltro meritata finora, di essere uno dei più pacifici Paesi africani. Sorprende meno che in questa top tendei rischi in proiezione appaiano Haiti, Burundi (che pure aveva fatto passi da gigante negli ultimi anni), Liberia e la mai veramente pacificata Georgia. Nello studio si leggono poche valutazioni esplicite, ma sui “trend” una ce n’è: «Fra i Paesi a rischio ci sono monarchie, repubbliche, sultanati, ogni tipo di regime. Ma quello che conta è che il tasso di violenza reale o percepito dagli altri Paesi è inversamente proporzionale a quello di democrazia». L’Islanda, il Paese più pacifico del mondo La mappa mondiale della sicurezza realizzata dall’Institute for Economics and Peace: aumenta considerevolmente il numero dei Paesi a rischio rispetto alle precedenti edizioni

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