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«Il tetto del 3% non si discute»

Si può anche superare il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil. Ma se l’Italia imboccasse tale strada, ne pagherebbe le conseguenze «in primis in termini di reputazione e di conseguenze sui mercati». Occorre ricordare che il deficit di oggi diventa debito in futuro per cui «non si può invocare nello stesso momento nello stesso discorso politico o nella stessa pagina di giornale l’aumento del deficit e poi lamentarsi perché il debito cresce». Al termine della riunione dell’Ecofin, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni ribadisce, a uso e consumo del governo che va formandosi, che oltre al rischio mercati il nostro Paese sarebbe nuovamente sottoposto a procedura per deficit eccessivo, con tanto di sanzioni «un po’ perverse per un Paese in disavanzo, perché le sanzioni lo fanno aumentare».
Saccomanni rende noto di non aver ricevuto segnali per una sua eventuale riconferma: «Non sono sono stato contattato. Se lo sarò, rifletterò al momento. Ribadisco che l’instabilità politica è un fattore che ha un suo peso sull’economia e quindi quanto prima si risolve questa fase di incertezza in Italia, tanto meglio». L’invito è a superare polemiche e critiche, per riaffermare la rilevanza del risultato conseguito con l’uscita nel maggio del 2013 dalla procedura per disavanzo eccessivo: «Un risultato clamoroso che non ha precedenti nella storia. Il debito italiano si finanzia a un tasso del 2 per cento». Andamento che grazie al calo dello spread consente di stimare in 3 miliardi il minor onere per interessi nell’anno in corso, rispetto alle previsioni formulate con la legge di stabilità. Esattamente la cifra che si sarebbe spesa grazie alla clausola sugli investimenti, congelata da Bruxelles. Come dire che anche per questo la questione può essere derubricata. E poi – ribadisce il ministro – l’Italia non ha ancora speso 22 miliardi di fondi comunitari previsti per il bilancio 2007/2013. C’è tempo fino al 31 dicembre 2015, «ma questo è il vero problema».
Restano le divergenze tra la Commissione europea e il governo, relativamente alle previsioni sul Pil 2014. Tra le due stime corre uno scarto dello 0,4% del Pil: lo 0,7% della Commissione contro l’1,1% del governo uscente. Saccomanni ribadisce la validità dei target su cui è costruito l’intero impianto della legge di stabilità. Il prossimo 25 febbraio – precisa il ministro – la previsione di Bruxelles potrebbe essere rivista lievemente al rialzo. Poi spetterà al nuovo governo definire il nuovo quadro macroeconomico con il «Def» di metà aprile e il «Piano nazionale di riforma».
La ripresa della seconda parte del 2013 «è dovuta a misure che abbiamo adottato noi, è homegrown, dovuta a fattori interni derivanti dalle scelte di politica economica e di bilancio e non importata dall’esterno», osserva Saccomanni. E ora non sembra che con il nuovo governo «i capisaldi della politica di bilancio siano in discussione».
Anche sulla spending review restano però divergenze con Bruxelles. La Commissione ritiene che i relativi risparmi debbano concorrere ad abbattere il deficit strutturale in direzione dell’obiettivo di medio periodo, vale a dire il pareggio di bilancio. Saccomanni rinvia alla principale mission della revisione della spesa affidata al commissario Carlo Cottarelli: ridurre la spesa per tagliare le tasse, in particolare sul lavoro. «Si possono fare scelte politiche per l’uno e l’altro obiettivo, fermo restando il rispetto dei vincoli europei. Ad esempio, il ricavato delle privatizzazioni va diretto a ridurre il debito. Sul resto c’è flessibilità».
Quanto al debito, c’è piena consapevolezza che il profilo di riduzione «non è stato valutato in linea con le regole numeriche, ma abbiamo argomentato con successo all’Eurogruppo che le misure in stadio avanzato e in fase di esecuzione erano considerate sufficienti».

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