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Il Tesoro Usa permette alla Cina l’acquisto diretto dei bond

Il Tesoro Usa concede un trattamento da Vip al suo principale creditore: la Cina non è più obbligata a passare da Wall Street per comprare i titoli di Stato Usa. La rivelazione è dell’agenzia Reuters, che dichiara di aver visionato documenti secondo cui per la prima volta il Tesoro ha attivato una relazione (informatica) diretta con un Governo straniero. La novità non è mai stata annunciata pubblicamente, ma sarebbe dal giugno dell’anno scorso che la banca centrale di Pechino può piazzare i suoi ordini senza intermediari finanziari alle aste di Washington (mentre per vendere resta costretta a ricorrere ai primary dealers).
La Cina, che detiene quasi 1.200 miliardi di dollari in titoli di Stato Usa, continua peraltro a ordinarli anche attraverso gli intermediari autorizzati. Ma sembra che faccia sempre più ricorso al link informatico diretto (superprotetto per essere a prova di hackers), allo scopo di mantenere una maggiore riservatezza sulle sue strategie, il che indirettamente potrebbe farle spuntare prezzi migliori. Se pure ai primary dealers non è consentito di imporre commissioni su queste operazioni, Pechino, tenendo Wall Street all’oscuro della sua massiccia presenza a singole aste, otterrebbe l’obiettivo di prevenire eventuali tentativi degli intermediari di “spingere” al rialzo le quotazioni.
Il «trattamento preferenziale» è senza precedenti e non è stato concesso, per esempio, al Giappone, che pure detiene una quantità di Treasuries quasi uguale a quella cinese. Gli acquisti giapponesi, però, sono meno centralizzati: la banca centrale nipponica opera sul mercato al pari di altre istituzioni finanziarie, dalle banche ai grandi fondi pensione.
La vera ragione della concessione dello status di bidder diretto appare legata a una precedente iniziativa del Tesoro. Nel 2009, i funzionari Usa avevano scoperto che Pechino stava utilizzando intese specifiche con singoli primary dealers per «mascherare» l’ammontare dei suoi acquisti. Per una esigenza di trasparenza – data la delicatezza politica dei rapporti bilaterali – il Tesoro decise di bandire questi accordi. In seguito, però, ha deciso di venire incontro alle esigenze di «privacy» del suo maggiore creditore, che nel frattempo ha migliorato le sue strutture in Usa e le sue competenze, ritenendosi perfettamente in grado di gestire le sue operazioni attraverso i propri money managers. Di recente, inoltre, altri Paesi stanno corteggiando la Cina perché consideri con maggiore attenzione l’investimento nei loro bond. Opportuno, dunque, per Washington evitare di dire di no a Pechino su tutta la linea. Ma il trattamento Vip potrebbe rilanciare la polemica politica sull’eccessiva dipendenza del mercato dei Treasuries dagli acquisti cinesi.

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