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Il Tesoro: “Noi i più virtuosi con sacrifici record in Europa. Berlino ha sforato sette volte”

ROMA.
Come la statua di Quintino Sella che continua a vigilare sul palazzone del ministero del Tesoro, Pier Carlo Padoan tace. Di fronte al blitz del presidente della Bundesbank Jens Weidmann, che è sceso all’Ambasciata tedesca di Roma per sferrare dure critiche all’Italia, a Via Venti Settembre si sceglie il basso profilo dei numeri.
Cifre ufficiali, ma mai utilizzate nel braccio di ferro ormai quotidiano che vede costantemente sotto accusa l’Italia-cicala, incapace di far fronte al proprio debito, e non risparmia neppure il presidente della Bce Mario Draghi spesso dipinto da alcuni economisti tedeschi assai influenti come Hans-Werner Sinn alla stregua di uno che ha a cuore soprattutto gli interessi di Roma.
La misura sembra colma. Padoan alza appena un sopracciglio, ma le tabelle che i suoi portano sempre nel tablet nelle missioni a Bruxelles, sfatano una serie di luoghi comuni sulla partita Italia- Germania. A vedere infatti i dati del rapporto deficit-Pil, il fatale criterio di Maastricht, negli ultimi vent’anni, dal 1997 quando cominciò di fatto il viaggio dell’euro, la Germania ha sforato il «tetto» per sette volte: dal 2001 al 2005 lo ha fatto regolarmente (tanto che ottenne deroghe anche con l’appoggio della allora presidenza italiana dell’Ecofin) e poi è nuovamente caduta nella «colpa» dell’alto deficit nel biennio 2009-2010. L’Italia ha «peccato » otto volte, ma il risultato non giustifica uno sguardo che si pone costantemente dall’alto verso il basso.
La seconda tabella, di rigorosa fonte Eurostat, è ancora più illuminante e scagiona l’Italia dall’accusa di scansare i sacrifici. Il documento indica il cosiddetto saldo primario, cioè al netto della spesa per interessi, in rapporto al Pil. Qui le cose volgono decisamente a nostro favore: l’Italia, notano al Tesoro, in ventuno anni, dal 1995 al 2015 ha segnato un saldo primario negativo, cioè più spese che entrate al netto di quanto ci costano gli interessi sul debito, una sola volta: era il 2009, all’indomani della Grande crisi scoppiata negli Usa. E Berlino? Ha avuto un saldo primario negativo nel 1996, costantemente nel periodo 2001-2005 e nel biennio della recente crisi 2009-2010.
Sul fronte della spesa, invece, abbiamo agito, eccome. E i sacrifici li abbiamo fatti. «L’Italia ha fatto l’aggiustamento più importante di tutti i Paesi, compresi quelli sottoposti a procedura e quelli che hanno ricevuto il programma di aiuti», fanno sapere dal Tesoro.
Parla un documento ben conosciuto in Europa che si intitola «Consolidamento e sostegno alla crescita», datato marzo 2016: nel periodo critico per l’Europa, con crisi, spread e Grecia, che va dal 2009 al 2014, la spesa pubblica italiana è cresciuta meno di tutti, dell’1,4 per cento, contro il 9 dell’Unione europea e il 12,1 della Germania.
Ancora più eloquente il deficit- Pil: se lo si calcola in media nel periodo tumultuoso 2009-2015 emerge che l’Italia ha mantenuto il disavanzo al 3,5 per cento. Sì, la Germania è rimasta all’1,1 per cento, ma il Pil dell’Italia è precipitato: si è trattato, sottolinea il Tesoro, di uno «sforzo di finanza pubblica straordinario».
Stessa musica per il debito: non è cresciuto perché è esplosa la spesa, ma perché è crollato il Pil. Comunque, osserva il Tesoro, il rapporto debito-Pil si è stabilizzato nel 2015 tant’è che l’Italia, secondo la Commissione, è tra i Paesi a basso rischio per la sostenibilità nel lungo periodo.
Ma il sassolino nella scarpa del Tesoro nei confronti della Buba, che cita a spron battuto Tommaso Padoan Schioppa, si chiama «austerità». Il nostro dissidio, spiegano a Via Venti Settembre, è prevalentemente sulle vie per risolvere i problemi più che sul punto d’arrivo: l’austerità non funziona. In Grecia abbiamo visto come è andata; il Portogallo non ha ancora risolto i suoi problemi; il modello Spagna è discutibile, cresce ma ha nel 2015 un deficit doppio a quello dell’Italia, pari al 5,2 per cento, e una disoccupazione al 20 per cento.
Probabilmente – questa l’amara conclusione di un polemica non cercata – l’Italia con un deficit al 5,2 per cento avrebbe una crescita più sostenuta, ma ovviamente una spesa per interessi che vanificherebbe i benefici.
Roberto Petrini
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