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Il Tesoro fa cassa con Enel e cede il 5,7% per 2,2 miliardi “Controllo non a rischio”

Era stata prevista in primavera, programmata in autunno, e rimessa nel congelatore in inverno. Ora che la cessione sul mercato di una quota importante dell’Enel va finalmente in porto, come annunciato dal Tesoro ieri sera, forse davvero qualcosa sta cambiando per l’economia italiana dopo la recessione più lunga della storia unitaria.

Ieri il ministero dell’Economia ha fatto sapere di aver avviato la privatizzazione del 5,74% del gruppo elettrico attraverso un consorzio di banche, due italiane (Unicredit e Mediobanca), e due di Wall Street (Goldman Sachs e Bank of America-Merrill Lynch). L’operazione di fatto è già chiusa e dovrebbe portare nelle casse del Tesoro 2,2 miliardi di euro, destinati alla riduzione del debito pubblico. L’impatto di per sé non imprimerà una svolta su questo fronte, dato che gli oneri dello Stato arrivano ormai 2.135 miliardi di euro. Né sarà facile per il governo mantenere l’impegno, iscritto nei documenti ufficiali di finanza pubblica, di procedere a privatizzazioni per circa dieci miliardi all’anno fino al 2017: da Ferrovie dello Stato, a Poste Italiane, fino a Enav, molte delle società candidate vanno riviste e messe a punto prima poter affrontare il mercato.
Ma il segnale lanciato ieri dal governo con Enel ha comunque molte valenze diverse. La più immediata è nella sua stessa, relativa novità: era da dieci anni — una generazione fa per i ceti dirigenti del Paese — che non scattava una singola, vera operazione di privatizzazione di questo peso. Di recente il solo compratore disponibile (o prescelto) era quasi sempre stato Cassa depositi e prestiti, essa stessa controllata dal Tesoro. Nel caso dell’Enel l’impatto è rafforzato poi dalla scelta del governo di scendere per la prima volta sotto al 30%, la quota che gli dà il controllo legale di una delle aziende strategiche. Non era mai successo. Per le società di cui il governo vuole restare socio di riferimento, quel limite non era stato varcato nemmeno nella stagione di privatizzazioni anni ‘90 che aiutarono l’Italia a emergere dalla crisi di debito del ‘92 e a entrare nell’euro.
Oggi Pier Carlo Padoan dimostra di non temere il confronto con il mercato. Accetta di scendere al 25,5% ed è certo di poter controllare comunque Enel, un gruppo da 38 miliardi di valore in Borsa. In realtà il ministro dell’Economia aveva tutto pronto già dalla fine dell’agosto scorso, eppure allora l’operazione gli scivolò fra le mani. La recessione e la deflazione dei prezzi in Italia e Spagna, i due grandi mercati dell’Enel, allontanavano l’obiettivo ogni settimana di più. Fra il 4 settembre al 15 ottobre 2014 il titolo del gruppo è precipitato del 15,5%, verso livelli ai quali vendere non conveniva più. Poi a inizio 2015 è arrivata la svolta. L’economia ha dato segni di stabilità, la Banca centrale europea ha deciso un piano di interventi sui mercati da 1.140 miliardi. La spinta di Francoforte e la prospettiva di una ripresa in Italia hanno fatto risalire il titolo Enel del 15,3% dal 5 gennaio a ieri. Per il Tesoro è arrivato il momento di agire.
È un segnale di disgelo del Paese dopo un’ibernazione durata cinque anni, fino a tutto il 2014. Solo otto mesi fa l’ultima operazione di privatizzazione si era chiusa con un parziale fallimento: Fincantieri avrebbe dovuto fruttare a Cassa depositi 600 milioni di euro, ma il mercato non credeva abbastanza nelle prospettive dell’azienda o del Paese, e l’azionista bloccò l’offerta di titoli dopo averne incassati appena 350.
Non che la strada da ora in poi sia solo in discesa. La crescita in Italia resta poco sopra lo zero, il tessuto del Paese è fragile. Rimane intatta anche la giungla di diecimila imprese partecipate da enti pubblici, una miriade di centri di spreco, inefficienza e corruzione, eppure l’ultima Legge di stabilità non fa abbastanza per costringere a venderle o smantellarle: mancano i vincoli sulle amministrazioni locali perché intervengano sulle aziende cronicamente in perdita, oppure in attivo solo grazie a commesse pubbliche gonfiate.
Intanto però il governo centrale continua il suo progetto di privatizzazioni. Un manager esperto come Francesco Caio sta ristrutturando Poste con l’obiettivo di quotarla in autunno e cederne il 40%. Più complessa ancora l’operazione su Ferrovie dello Stato, dove prevale per ora l’orientamento a vendere tra circa un anno il 40% della holding che controlla l’intero gruppo. Il sostegno della Bce, l’avvio di ripresa e le riforme lanciate fin qui, danno al governo più tempo per preparare i prossimi passaggi. Quel tempo sarà prezioso per non ripetere, ad esempio su Ferrovie dello Stato, gli stessi errori commessi nelle cessioni anni ‘90: allora le privatizzazioni crearono anche oligopoli privati, rendite di posizione riservate a poche famiglie ben introdotte a palazzo, e gruppi per sempre instabili come Telecom Italia.
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