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Il tesoro del fisco è in banca

Ormai non passa settimana che non si faccia un passo in avanti verso un controllo sempre più serrato sui conti correnti e le movimentazioni finanziarie dei contribuenti. È una battaglia condotta da tutti i più grandi stati del mondo, che vede il nostro paese in prima fila.

L’obiettivo, lo ha dichiarato pochi giorni fa a Montecitorio il direttore centrale dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, è la completa tracciabilità. Così completa che a quel punto, ha detto, non sarà più necessario mantenere in vigore l’obbligo di emissione degli scontrini. Tra pochi anni, quando il sistema fiscale avrà imparato a digerire l’enorme massa di informazioni che sta acquisendo, potrà davvero inviare una dichiarazione dei redditi precompilata a tutti i contribuenti (quella che arriverà l’anno prossimo sarà solo una pagliacciata, incompleta nell’85% dei casi, se va bene). In prospettiva, una bella semplificazione per i contribuenti, e uno scacco matto all’evasione fiscale, in cambio della rinuncia completa alla privacy sul contenuto di tutte le nostre attività economiche e finanziarie. Il sistema è ancora in fase di rodaggio, ma le prospettive sono evidenti. Già oggi le banche italiane trasmettono all’Amministrazione finanziaria i dati più significativi relativi ai propri clienti. Trasmettono inoltre in automatico le informazioni relative ai trasferimenti transfrontalieri superiori a 15 mila euro. Informazioni che vengono effettivamente vagliate dall’Agenzia delle entrate per verificare che non ci sia all’estero una fonte di reddito non dichiarato (nel qual caso partono le indagini).

Le banche sono inoltre tenute a segnalare ai fini antiriciclaggio e antiterrorismo, tutti i movimenti sospetti. Ma la legge europea 2013 ha ridisegnato questi obblighi di monitoraggio al fine di rendere utilizzabili queste informazioni anche ai fini fiscali. In pratica Guardia di finanza e Agenzia delle entrate possono chiedere agli intermediari l’accesso all’archivio unico antiriciclaggio: potranno inoltre chiedere, ai fini fiscali, informazioni raccolte ai fini antiriciclaggio non solo agli intermediari finanziari ma anche ai singoli professionisti. Non basta, l’accordo Ocse (common reporting standard) siglato a Berlino a fine ottobre prevede lo scambio di informazioni fiscali tra tutte le amministrazioni dei paesi aderenti (ci sono già tutti i paesi più importanti). In pratica le banche raccoglieranno i dati relativi ai soggetti non residenti e li trasmetteranno all’Amministrazione fiscale del proprio paese, la quale provvederà a trasmetterli a quella del paese del contribuente. Per gli evasori siamo agli ultimi mesi di libera uscita. Anche perché in Italia, come ciliegina sulla torta, si sta pensando, con l’introduzione del reato di autoriciclaggio, di aggredire l’evasione con gli strumenti e le sanzioni, ben più incisive, previste per la lotta al riciclaggio.

Gli evasori incalliti potranno trovare rifugio (ma per quanto tempo ancora?) in pochi paesi canaglia come Dubai e qualche isoletta esotica, dove è facile portare i soldi, un po’ meno andare a riprenderseli. Senza contare che il solo fatto di portar lì un capitale integra il reato di autoriciclaggio.

Il modello di riferimento è evidente: il Grande fratello fiscale. E ci arriveremo. Per chi non si accontenta del politicamente corretto, rimane ancora un interrogativo di fondo: un mondo nel quale tutto è sotto il controllo dello stato (compresa l’evasione e la dichiarazione dei redditi) è il migliore dei mondi possibili, oppure è il peggiore dei mondi possibili? Leggete cosa dichiarava il Nobel Milton Friedman al Corriere della sera nel 1994: «L’Italia è molto più libera di quel che voi credete, grazie al mercato nero e all’evasione fiscale. Il mercato nero, Napoli, e l’evasione fiscale hanno salvato il vostro Paese, sottraendo ingenti capitali al controllo delle burocrazie statali… Il vostro mercato nero è un modello di efficienza. Il governo un modello di inefficienza. In certe situazioni un evasore è un patriota. Ci sono tasse immorali».

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