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Il Tesoro accelera la rinegoziazione dei derivati

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan lo ha spiegato ieri, durante l’incontro con la stampa estera : il Tesoro intende accelerare la ristrutturazione dei contratti derivati rivelatisi troppo costosi, in seguito al forte ribasso dei tassi d’interesse . E lo farà attraverso un appropriato percorso di “phasing out”, da gestire con grande attenzione, allo scopo di minimizzare i costi per le finanze pubbliche. Come è stato evidenziato lo scorso 24 aprile dall’inchiesta sul tema de il Sole 24 Ore, a oggi il valore mark to market di prodotti finanziari che andranno effettivamente pagati solo al momento della loro estinzione è pari a 42,064 miliardi. Non si tratta , naturalmente, di un valore che possa tradursi in un esborso immediato. Tuttavia, dal momento che in questa fase un rialzo dei tassi molto forte (come quello che si produsse a fine 2011 ad esempio) è improbabile, perchè la politica monetaria della Bce ha portato i tassi a livelli minimi , si è scelto di avviare un processo di dismissione per alcune tipologie di contratti e di ristrutturazione per altre. «Proprio perchè le decisioni sui derivati devono riflettere il quadro macroeconomico che ci dobbiamo aspettare nel futuro-ha detto Padoan-le decisioni prese sulla base di un quadro macro diverso saranno progressivamente abbandonate».  

Naturalmente, ha aggiunto il responsabile di via XX settembre «questo comporta dei costi e quindi lo stiamo facendo minimizzando i costi di phasing out».Le discussioni sul costo dei derivati sono tornate alla ribalta da quando, alla fine del 2011, il Tesoro ha versato a Morgan Stanley 3,1 miliardi di euro per effetto di una clausola di “additional termination event” contenuta in alcuni contratti. Ieri di fronte alla stampa estera il ministro dell’Economia ha escluso la possibilità di abusi e ha difeso a spada tratta la responsabile della gestione del debito pubblico, Maria Cannata criticando quelli che ha definito «insopportabili attacchi personali a dirigenti del Tesoro». In effetti, le decisioni sui derivati, come spiegano al ministero del Tesoro (dove si ricorda che questo tipo di strada viene intrapresa per assicurarsi contro il rischio di un aumento dei tassi d’interesse, in momenti di forte instabilità finanziaria)sono state assunte in contesti finanziari e storici profondamente diversi da quelli attuali: si trattava di un panorama di tassi alti, con aspettative – in quei contesti, ragionevoli, di ulteriori rialzi. In quei momenti i derivati apparivano perciò (diversamente da un valutazione ex-post fatta oggi) scelte quasi naturali se non, addirittura, obbligate,in assenza delle quali i governi sarebbero stati accusati di far correre al paese rischi inutili o eccessivi. Successivamente, per cause esogene, non dipendenti dalle scelte di politica economica italiana, i tassi d’interesse hanno cominciato a scendere, rendendo in tal modo anacronistiche le decisioni assunte nel contesto precedente. Una revisione è dunque opportuna, ai fini di un restyling della gestione del debito. Ma anche in questo caso, data la natura stessa delle decisioni, va realizzata con prudenza e gradualità. A chi oggi polemizza (ieri il capogruppo alla Camera di Forza Italia , Renato Brunetta, è tornato a chiedere le dimissioni di Padoan e Cannata) il ministero ricorda come sia comunque essenziale, per evitare confusioni, distinguere tra il valore mark to market, quello cioè che l’Italia avrebbe dovuto versare alle banche controparti se tutti i contratti fossero scaduti contemporaneamente al 31 dicembre 2014 e la consistenza della spesa effettiva sin qui sostenuta dallo Stato. Una spesa che nell’arco di un triennio, tra il 2011 e il 2014 è salita in tutto di 12,4 miliardi.

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