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Il tesoretto fiscale dei Cct

Le occasioni della crisi. E un piccolo tesoretto fiscale — rappresentato dalle basse quotazione raggiunte dai titoli di Stato — che si può sfruttare da qui a qualche anno. Sta in questi due aspetti la (possibile) riscoperta dei Cct, i titoli indicizzati del Tesoro italiano. Con la crisi, infatti, le quotazioni di questi strumenti hanno perso decisamente quota.
Lo scenario
Come si può vedere dalla tabella, i prezzi delle emissioni con scadenza 2017 sono anche inferiori a 90. Il che porta il rendimento a valori non lontani dal 4% lordo. Per i titoli a breve termine (scadenze 2015 e 2016) i prezzi oscillano intorno a 90 con rendimenti di poco superiori al 3%. Ma come mai i Cct hanno risentito in misura così forte della crisi?
Hanno pesato sia le incertezze sul futuro della moneta unica, e sulla capacità dei paesi periferici di invertire la negativa rotta dei propri debiti, sia la prospettiva di tassi calanti (a causa di aspettative di crescita economica modeste, se non addirittura negative). Fattori che hanno finito per allontanare l’interesse degli investitori da questa tipologia di strumenti. E quando i mercati abbandonano titoli di Stato, obbligazioni societarie o titoli azionari, il calo è rapido, quanto consistente.
Come spesso accade, le considerazioni che hanno portato finora a deprimere i prezzi dei Cct non valgono per sempre e, a fronte delle decisioni prese dalla Bce e dell’attività svolta dal governo italiano, la prospettiva per i titoli di Stato d’area euro è, almeno in parte, migliorata. Il recupero dei prezzi di mercato si è in parte verificato, ma per le emissioni con scadenza da due a sette anni circa vi sono ancora discrete opportunità d’investimento.
Tattica
L’obiettivo, in questo caso, non è di incamerare rendimenti di livello medio-alto, perché non è pensabile che il valore delle cedole salga rapidamente, quanto quello di sfruttare eventuali minusvalenze (perdite in conto capitale) patite fino a tutto il 2011, o anche quest’anno, laddove ve ne fossero, per incassare, alla scadenza, l’intero valore nominale dell’investimento effettuato. Dalla plusvalenza (guadagno in conto capitale incassato con i Cct) andrà infatti dedotta la perdita pregressa su altri titoli, fino al suo completo assorbimento. Il recupero deve avvenire entro il 31 dicembre del quarto anno successivo.
Si tratta, in pratica, di attuare una strategia ad ampio spettro. Da un lato, prevale l’aspetto tecnico-fiscale, utilizzando a proprio vantaggio le situazioni di svantaggio (perdite in conto capitale) che si sono verificate in tempi precedenti, spesso in modo ingiustificato. Dall’altro, se l’ottica dell’investimento è di medio periodo, la prospettiva di recupero delle quotazioni dei Cct è legata non solo al ritorno di fiducia nei titoli italiani da parte degli operatori internazionali, ma anche, e non certo come aspetto secondario, dall’andamento del tasso d’inflazione.
Se è vero, come appare dalle rilevazioni, che il costo della vita si mantiene su valori superiori al 2% in area euro e al 3% circa in Italia, in una fase in cui l’economia cresce in misura pressoché nulla (con situazioni di recessione in Italia e Spagna), è abbastanza probabile che questi valori possano attestarsi a livelli superiori dalla fine del prossimo anno. In particolare, i Cct con le cedole collegate al rendimento dei Bot semestrali (emissioni collocate fino a due anni fa circa) potrebbero trarne i maggiori benefici, perché il rendimento dei Bot dovrebbe salire, sulla scia dell’aumento del tasso d’inflazione.
In realtà, se si osserva il grafico che mette a confronto le variazioni dei prezzi dei Cct di vecchia emissione e quelli di emissione più recente, agganciati all’Euribor, si rileverà una tendenza generalizzata molto simile, a prescindere dalle diverse caratteristiche. Entrambi hanno sofferto i morsi della crisi. Finendo per essere, forse, troppo deprezzati.

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