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Il terremoto delle nuove super-province

U n pasticcio colossale. Il decreto legge del consiglio dei ministri dello scorso 5 novembre, che riordina le province italiane, apre all’interno delle fondazioni di origine bancaria la stagione della confusione. Mischiate le carte sulla mappa politica d’Italia — spostate Rovigo dentro Verona, Treviso dentro Padova, Como e Lecco dentro Varese, Mantova e Lodi dentro Cremona, ma soprattutto annullata Siena dentro Grosseto — i più sono caduti dalla sedia, pardòn, dalla poltrona.
Nodi territoriali
Le fondazioni si reggono su governance complesse: fanno della rappresentatività territoriale una delle colonne portanti della loro esistenza. Interpreti delle istanze locali — politiche, economiche, sociali — sono le eredi delle vecchie Casse di risparmio, che devono la loro evoluzione alle leggi Amato e Ciampi dei primi anni Novanta. Hanno oggi al loro interno anche amministratori indicati dai presidenti di Provincia. Ma adesso è tutto scompaginato.
Effetto inatteso
Come? L’effetto è dirompente. Si può ipotizzare l’assurdo che diritti di rappresentanza, derivati da un reale apporto di capitale, vengano cancellati in favore di una suddivisione territoriale nuova. Una bestialità giuridica. Proviamo a vedere il caso di un possibile effetto.
Il Consiglio generale della fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo è composto da 28 membri. Tre, secondo statuto, sono indicati dalla Provincia di Rovigo. Un diritto maturato nel momento in cui la Cassa veneta, ancora nel secolo scorso, contribuì a dare vita a Banca Intesa: l’attività creditizia da una parte e il welfare territoriale dall’altra, appunto in fondazione. Con una parte consistente delle azioni della banca in portafoglio alla fondazione e quindi ancora legate a Rovigo e alla sua provincia. Domani però Rovigo non ci sarà più, annessa a Verona. Potrebbe essere quindi il presidente della Provincia di Verona a indicare i propri rappresentanti dentro la fondazione Cariparo. Ma il presidente della provincia di Verona, già oggi — e questo diritto non viene toccato — indica alcuni amministratori in un’altra fondazione, la Cariverona, erede a sua volta della Cassa di risparmio scaligera. E siamo al dunque: la stessa amministrazione provinciale si troverebbe a indicare propri rappresentanti sia nella fondazione padovana, che è azionista di IntesaSanpaolo, che in quella veronese, azionista di Unicredit, che sono, in attesa della ventilata fusione, le due maggiori banche italiane… E i dividendi, dove finiranno? Un assurdo.
Parola di statuto
Dal palazzo a fianco al Duomo di Padova, gli uffici della fondazione guidata da Antonio Finotti si affrettano a indicare una possibile via d’uscita: lo statuto, dicono, fa riferimento ai territori, al di là che siano province. Ma il problema sussiste. In Veneto, come in Lombardia, in Piemonte, con Asti unita ad Alessandria, come in Emilia con Reggio unita a Modena. Nel mezzo sempre loro, le fondazioni grandi azioniste di IntesaSanpaolo e Unicredit. E il caso di Rovigo è sovrapponibile, nell’Italia dei mille campanili, a quello di Treviso, azionista con Cassamarca di Unicredit e in procinto di finire nel territorio padovano, feudo della banca concorrente.
Per fortuna, mentre a Verona monta addirittura l’entusiasmo perché così, dicono nei dintorni dell’Arena, «abbiamo finalmente uno sbocco al mare» — dimentichi evidentemente dell’articolo 16 della Costituzione — c’è chi sta già lavorando al futuro.
Cambiamenti
«Bisognerà arrivare a una modifica degli statuti — dice Mario Bertolissi, docente di Diritto costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova e vice presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo — dove si manifesteranno delle interferenze bisognerà fare qualcosa… Lo stridore è evidente, ma non tocca gli istituti di credito, è tutto interno alle fondazioni».
Le soluzioni possibili sembrano muoversi verso due direzioni. La base del ragionamento rimane il territorio. Quindi, i diritti di rappresentatività (e anche patrimoniali sui dividendi futuri) potranno secondo taluni venire redistribuiti tra i sindaci dei comuni componenti la provincia originaria. Oppure potranno essere attribuiti a organizzazioni territoriali già operanti quali potrebbero essere anche le Camere di commercio. O addirittura anche a soggetti del terzo settore. Un orientamento pare comunque trovare l’accordo della maggioranza: rimanere fedeli all’assetto originario. E correggere al più presto l’effetto distorsivo di una riforma che sta scompaginando un equilibrio consolidato. Il 2013 sarà l’anno della rivoluzione.

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