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Il tempo di attesa misura l’indennizzo sul fallimento

di Paolo Russo

Una procedura fallimentare complessa può ragionevolmente durare fino a sette anni. Ma gli anni eccedenti sono ingiustificati e va pertanto disposto in favore del ricorrente l'equo indennizzo previsto dalla legge Pinto. Il danno non patrimoniale subìto dalla vittima del ritardo va quantificato in 750 euro per ciascuno dei primi tre anni e in mille euro per gli anni successivi.

Lo ha deciso la Corte di cassazione (con sentenza 12936/11) accogliendo il ricorso di un creditore per l'ottenimento del l'equo indennizzo conseguente alla irragionevole durata di una procedura fallimentare (17 anni) nei confronti di una società.

La vicenda

L'uomo, chiesta l'ammissione al passivo, si era determinato a ricorrere alla competente corte territoriale per cercare di ottenere il ristoro del pregiudizio patito.

I giudici di merito, però, rigettavano la domanda, rilevando che la procedura era stata condizionata dalla procedura esecutiva immobiliare portata avanti dalla curatela.

Il creditore ricorreva allora alla Cassazione che ha giudicato fondata la domanda, precisando che:

a) ai fini dell'accertamento della violazione del termine ragionevole, si deve far riferimento ai criteri cronologici elaborati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo;

b) non essendo possibile predeterminare la ragionevole durata del fallimento, il giudizio sulla violazione del relativo termine richiede un adattamento dei criteri previsti dalla legge Pinto e, quindi, un esame delle singole fasi e dei subprocedimenti in cui la procedura si è articolata . Tutto ciò si rende necessario per appurare se le corrispondenti attività siano state svolte senza inutili dilazioni o abbiano registrato periodi di stallo non determinati da esigenze specifiche e concrete, finalizzate al miglior soddisfacimento dei creditori concorsuali.

Parametri non rispettati

Nella circostanza la Cassazione ha ritenuto non conforme ai parametri cronologici elaborati dalla Corte europea, dai quali anzi ci si era immotivatamente discostati, il conteggio operato dalla Corte di appello, la quale, senza provvedere a determinare con precisione quale fosse la durata ragionevole del processo in questione, aveva ritenuto ragionevoli i tempi (come detto, 17 anni) della procedura fallimentare in questione, sostenendo che tale tempo si sarebbe reso necessario per realizzare il maggiore attivo possibile e fronteggiare in tal modo le richieste dei creditori.

Richiamata la giurisprudenza di legittimità (di recente, sentenza 13041/10) che ha individuato in sette anni la durata ragionevole di una procedura fallimentare molto complessa e stabilito l'entità variabile del l'indennizzo, più basso per i primi tre anni di ritardo.

 

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