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Il tempo determinato costa di più

di Giampiero Falasca

Il contratto a termine non è a tempo indeterminato, ma è qualcosa di profondamente diverso dal lavoro precario. È già soggetto a limiti quantitativi (in ogni settore non si possono usare più lavoratori a termine di quelli previsti dai contratti collettivi) e a limiti di durata (il rapporto a termine tra un'impresa e un lavoratore non può superare i 36 mesi, salvo una proroga di ulteriori 8 mesi).
Nonostante questo quadro di regole chiaro e definito, che attua in maniera anche più rigorosa del necessario la normativa comunitaria (la direttiva numero 70), il disegno di legge presentato dal Ministro Fornero prevede un pacchetto di nuovi vincoli che, invece di ridurre il precariato, finirà per orientare il mercato del lavoro verso forme contrattuali meno garantiste.
Alcune regole sono difficili da comprendere, come quella che prevede l'allungamento del periodo minimo che deve passare tra un contratto a termine e l'altro. Attualmente, il contratto a termine può essere prorogato una sola volta e, quando scade, può essere riproposto al lavoratore solo dopo 20 giorni (10, se il primo rapporto non ha superato la durata di 6 mesi). Nella nuova disciplina, il periodo di fermo tra un contratto e l'altro è fissato in 90 giorni (che scendono a 60 se durata iniziale non era superiore a 6 mesi). La misura avrà come unico effetto quello di creare una turnazione continua del personale, e quindi finirà per danneggiare proprio i lavoratori che si vorrebbero proteggere.
Per attenuare la rigidità della previsione, viene aumentato il periodo di possibile prosecuzione di fatto del rapporto, che può arrivare fino a 50 giorni, ma il costo elevato di questa opzione non consentirà di usare con leggerezza questa opzione.
Molto penalizzante risulta anche l'incremento del costo contributivo, che dovrebbe servire a finanziare la nuova indennità di disoccupazione (Aspi). Ai rapporti a termine sarà applicata un'aliquota contributiva aggiuntiva pari all'1,4%, fatte salve alcune eccezioni (i lavoratori assunti in sostituzione di colleghi assenti, lavoratori stagionali, apprendisti), che sarà restituita in parte (fino a 6 mensilità di contributo già pagato), in caso di trasformazione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro.
Infine, viene ampliato il periodo di tempo entro il quale è possibile impugnare in via stragiudiziale il contratto, passando dagli attuali 60 a 120 giorni: una misura che va in senso opposto all'obiettivo di deflazionare il contenzioso. Questa previsione è temperata con la riduzione del termine successivo per proporre l'azione in giudizio, ma questa compensazione non ne riduce l'effetto di stimolo al contenzioso.
L'unico intervento che sembra aumentare la flessibilità del contratto è quello che prevede, per il primo rapporto a termine (che non può essere prorogato), l'esenzione dall'obbligo di scrivere la causale per i contratti di durata inferiore a sei mesi. Nel quadro complessivo in cui si colloca questa previsione, si tratta di ben poca cosa, che non rende più leggero l'effetto paralizzante che produrranno le nuove norme.
La storia del contratto a termine somiglia un po' a quello che si verifica quando si aumentano le tasse per chi già le paga invece di colpire gli evasori sconosciuti al fisco. Nonostante il Paese sia afflitto dalla grave piaga del lavoro nero e irregolare, che si nasconde dietro molte forme contrattuali che escono illese o solo scalfite dalla riforma (i contratti a progetto, colpiti da un aumento di costo che finirà sulle spalle dei collaboratori, oppure gli appalti, di cui non si parla per niente nel disegno di legge), il Governo decide di accanirsi su un contratto di lavoro che garantisce il pieno rispetto delle regole del lavoro.
Chi ha scritto queste norme pensa che i datori di lavoro sceglieranno di assumere a tempo indeterminato, per sfuggire ai nuovi vincoli. Non ci sarebbe da stupirsi se la reazione del mercato fosse diversa e si traducesse in una caccia a forme di flessibilità meno regolari.

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