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Il tabù del debito greco

Il debito greco, e la sua rinegoziazione, è stato uno dei temi roventi della negoziazione naufragata con l’annuncio del referendum da parte di Atene: la delegazione ellenica per cinque mesi ha chiesto di affrontare il problema della sostenibilità ma i rappresentanti dei creditori internazionali spiegavano che non era sul tavolo. Nel 2014 il debito della Grecia ammontava a 317 miliardi ed era al 177% sul Pil. Per il 2015 le stime parlano di 340 miliardi e secondo le previsioni di primavera della Commissione Ue, che non tengono conto del peggioramento dell’economia degli ultimi mesi, salirà al 182,2%. 
Ieri ufficialmente non se ne è discusso, ma il ministro delle Finanze tedesco Wolfang Schäuble entrando all’Eurogruppo, la riunione dei ministri finanziari dell’eurozona che ha anticipato il vertice dei capi di Stato e di governo dei 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica, ha detto secco che «chi conosce i Trattati Ue sa che il taglio del debito è vietato». Tuttavia il ministro delle Finanze irlandese, Michael Noonan, ha spiegato che l’impressione generale è che la rinegoziazione del debito greco potrebbe essere accettabile e che un accordo dovrà essere sul tavolo entro lunedì prossimo. Ma ha anche aggiunto che non c’è stata alcuna richiesta di taglio del debito ellenico.
Il debito della Grecia è già stato ristrutturato nel 2012. A pagarne le conseguenze sono stati soprattutto i privati, che si sono visti tagliare del 53,5% il valore nominale dei propri titoli. Mentre i creditori internazionali hanno concesso di allungare la scadenza del debito abbassando i tassi di interesse, di trasferire ad Atene gli interessi maturati dalla Bce e dalle banche centrali sui bond greci e hanno permesso di posticipare di dieci anni il pagamento degli interessi al fondo Salva-Stati.
Dunque nessuna perdita per i creditori europei che hanno visto solo ridurre i profitti derivanti dai prestiti, come spiegato a gennaio in uno studio dai ricercatori di Bruegel Zsolt Darvas e Pia Hüttl.
Che cosa accadrà ora? L’unica certezza è che non esistono regole per la ristrutturazione del debito di un Paese. Certo, dal 2013 le nuove emissioni di titoli di Stato con scadenza superiore a un anno sono soggette alle clausole di azione collettiva (Cac). «A fine anni ‘90 c’era stata a livello mondiale una richiesta di regole che normassero il default di uno Stato – spiega Franco Bruni, professore alla Bocconi di Teoria e politica monetaria internazionale –. Il Fondo monetario internazionale fece una serie di proposte molto documentate, ma gli Stati Uniti misero il veto. Pesarono anche le opinioni contrarie dei banchieri».
Al momento il debito greco è in mano ai Paesi dell’Eurozona attraverso prestiti bilaterali e il fondo salva-Stati, in mano alla Bce e al Fmi. Il debito della Banca centrale europea non può essere ristrutturato perché diventerebbe finanziamento monetario alla Grecia, vietato dai trattati. «Una soluzione – spiega Bruni – potrebbe essere quella che venga rilevato dal fondo salva-Stati e poi ristrutturato. Si tratterebbe comunque di un’operazione complessa per la quale ci vuole tempo».
Il peso di questa decisione sarebbe a carico degli altri 18 Paesi dell’Eurozona. Mentre il debito del Fondo monetario internazionale non può essere toccato (non è previsto dagli accordi). Per questo c’è chi osserva che il rapporto del Fmi sulla provata non sostenibilità del debito greco e sulla necessità che sia ristrutturato, diffuso il 2 luglio a pochi giorni dal referendum, sia una mossa in pieno conflitto di interessi: da un eventuale taglio il Fmi non subirà perdite ma avrà più probabilità di essere ripagato. In caso di default, invece, ci perderebbero tutti, Fmi incluso. «La ristrutturazione – conclude il professor Bruni – è politicamente pericolosa perché non esistono regole. Tuttavia è necessario che l’Europa affronti questi tabu, deve essere chiaro che le riforme da sole non bastano. Il problema della Grecia è la crescita».

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