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Il supereuro frena il Pil italiano dello 0,4%

È quasi come andare contromano sulle scale mobili: si crede di scendere, ma in realtà si sale. È proprio questo l’effetto del super-euro sul sistema-Italia: la forza irresistibile della moneta unica è infatti riuscita ad annullare, e anzi a surclassare, i benefici che per il Paese stavano arrivando dal calo dello spread tra BTp e Bund. Secondo le simulazioni effettuate dall’ufficio Studi di Intesa Sanpaolo su richiesta del Sole 24 Ore, è questa la dura realtà: il rincaro dell’euro nell’ultimo anno ha avuto l’effetto potenziale di frenare il Pil italiano dello 0,4%, superando l’effetto benefico del calo dei tassi d’interesse quantificabile in un aumento del Pil dello 0,1%. Insomma: è come se il tasso di cambio avesse portato virtualmente i rendimenti dei BTp due punti percentuali più in alto. Sui livelli da allarme-rosso dell’agosto 2012.
Lo spread aiuta il Pil…
Il ribasso dei rendimenti dei BTp, scesi di 80 centesimi negli ultimi 12 mesi sulla scadenza decennale e di 2,27 punti percentuali dal luglio 2012, ha avuto un indubbio effetto benefico sul sistema Italia. Non solo sui conti dello Stato (si pensi che il tasso d’interesse medio delle emissioni di titoli di Stato quest’anno è stato del 2,17% contro il 3,17% medio del 2012), ma per l’intera economia. Se scendono i rendimenti dei BTp, possono infatti allinearsi al ribasso anche i tassi applicati a imprese e famiglie.
Così in effetti è stato. Secondo i dati Bce, i finanziamenti di nuova erogazione alle imprese nel luglio 2012 avevano in Italia un tasso d’interesse medio del 6,25%, nell’ottobre 2012 del 5,54% e a fine agosto 2013 (non esistono dati più recenti) del 5,27%. È vero che le imprese continuano a soffrire per il credit crunch e che il rendimento dei BTp è sceso molto più velocemente. Ma questo, pur con tutti i se e tutti i ma, ha avuto un impatto positivo sul Pil. Paolo Mameli, senior economist di Intesa Sapaolo, stima che l’effetto è stato positivo sul Pil nell’ordine dello 0,1% nell’ultimo anno e dello 0,5% dal luglio 2012.
… il super-euro rema contro
Peccato però che gli effetti benefici siano stati più che cancellati dal mercato dei cambi. La moneta unica è infatti rincarata nei confronti di tutte le valute dei partner commerciali dell’Italia: questo ha remato contro il nostro export, perché ha reso i nostri prodotti meno competitivi. Negli Usa, secondo i dati forniti da Sace, finisce per esempio il 6,8% del nostro export totale: il rincaro dell’euro sul dollaro del 6,96% in un anno e del 14% rispetto ai minimi del luglio 2012 rischia dunque di penalizzare questo importante sbocco di mercato. E lo stesso vale per il Brasile, dove finisce l’1,3% del nostro export, dato che sul real la moneta unica è aumentata del 22% da luglio 2012. Idem per tutti gli altri nostri partner commerciali (si veda il grafico a fianco).
Il problema è che l’Italia, per via della scarsa competitività interna, soffre più degli altri Paesi per il rincaro dell’euro. Secondo le simulazioni di Intesa Sanpaolo, questo ha “rubato” potenzialmente lo 0,4% del Pil nell’ultimo anno e lo 0,9% dal luglio 2014. Morale: l’effetto negativo dell’euro ha ampiamente superato quello positivo del calo dello spread. Queste sono ovviamente simulazioni, spiega Mameli, che non tengono conto del fatto che l’effetto cambio è transitorio mentre l’effetto tassi tende ad essere persistente. E non considerano neppure che la simulazione è stata fatta senza soppesare tutto ciò che nell’ultimo anno e mezzo è cambiato. Ma, seppur a spanne, il senso rimane.
L’aspetto paradossale è che una delle con-cause del super-euro è proprio il ribasso dello spread: «Uno dei motivi che sostengono l’euro è proprio legato al ribasso dei tassi dei Paesi periferici – osserva David Simmonds, startegist valutario di Rbs –. Questo viene infatti interpretato dagli investitori come un calo delle tensioni e questo li induce a comprare euro». Insomma: comunque vada, i mercati finanziari strozzano l’Italia. Con lo spread, o con l’euro.

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