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Il superdollaro aiuta Fca, Luxottica e Wdf

Dollaro senza freni. Secondo esperti e addetti ai lavori, dopo la corsa del 2014, il biglietto verde anche nei prossimi mesi proseguirà sulla via dei rialzi. Un’ottima notizia per le società italiane esposte agli Stati Uniti che realizzano ricavi in dollari. Il motivo per cui è opinione generale che la valuta statunitense continuerà il rally è la Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, che nel 2015, dopo aver passato gli ultimi anni a inondare i mercati di liquidità, dovrebbe finalmente riprendere a rialzare i tassi di interesse, ora ai minimi di sempre. «Dopo la recente corsa – spiega Vincenzo Longo, market strategist di Ig – ci aspettiamo un assestamento del dollaro a cui però dovrebbe subito seguire un nuovo apprezzamento legato all’innalzamento del costo del denaro da parte della Fed». In particolare, da Ig stimano che la valuta americana possa essere «particolarmente forte dalla primavera del 2015». Da lì in poi, tenendo conto che, al contrario, «la Banca Centrale Europea si prepara all’acquisto di titoli di Stato, l’euro-dollaro, ora intorno a 1,24, potrebbe portarsi in area 1,2 a gennaio per poi scendere ulteriormente nei mesi dopo a 1,16». Gian Marco Salcioli, responsabile Fx Sales a Banca Imi, vede il cambio tra valuta europea e americana a 1,22 nel giro di un mese, a 1,18 a sei mesi, ma in un orizzonte annuale stima che torni a 1,25. Questo significa che, ancora nei prossimi mesi, le aziende italiane esposte al mercato americano

potranno beneficiare del rally del biglietto verde. «L’Italia e il suo sistema – dice Salcioli – sono senz’altro orientati alle esportazioni, anche se il ruolo del dollaro come divisa di conto è stato progressivamente sostituito in altre aree, come l’Asia. Resta il fatto che i settori del lusso, della moda, del largo consumo e automobilistico sono quelli a più alto recupero potenziale di redditività, a seconda di come hanno gestito il rischio di cambio». Da analisi qualitative, aggiunge l’esperto di Banca Imi, emerge che «le aziende si attendono un ulteriore indebolimento dell’euro e un rafforzamento del dollaro ». Per Longo di Ig a trarre i maggiori benefici dalla probabile prosecuzione della corsa della moneta americana saranno le società più attive oltre oceano, e dunque Wdf, l’azienda dei duty free del gruppo Benetton; Luxottica, «che tra l’altro, dopo quello sui Google Glass, ha appena siglato un nuovo accordo commerciale con l’americana Intel»; Gtech, la ex Lottomatica che ha preso il nome del gruppo a stelle e strisce comprato nel 2006; ma soprattutto Fiat Chrysler Automobile (Fca). Le azioni Fca, che ora viaggiano sotto i 10 euro, secondo Longo potrebbero raggiungere quota 13 euro in un’ottica di medio termine perché «dopo la ripresa del mercato dell’auto americano, si sta cominciando a vedere anche quella europea ». Nel frattempo, il gruppo guidato da Sergio Marchionne, nel 2013, ha realizzato oltre oceano il 55% dei propri ricavi, mentre per la Luxottica della famiglia Del Vecchio l’incidenza del Nord America sul fatturato è stata appena superiore, il 56%. E, ancora, le vendite di Wdf nelle Americhe sono state decisamente inferiori, nell’ordine del 16%. Discorso diverso per Gtech, che proprio in questo periodo è alle prese con la fusione con un’altra società a stelle e strisce, la International Game Technology, con base a Las Vegas. In attesa che per la distribuzione geografica cambi nuovamente, nel 2013, la ex Lottomatica ha realizzato negli Stati Uniti il 24% del fatturato. Sul settore del lusso, Longo di Ig appare invece scettico: «Le aziende di questo comparto, come ad esempio Ferragamo e Tod’s, sono generalmente molto esposte sia all’Asia, la cui crescita economica sta rallentando il passo, sia alla Russia, di recente vittima di sanzioni per la questione ucraina. Temo che questa componente controbilanci gli eventuali effetti positivi legati alla presenza negli Stati Uniti e al rafforzamento del dollaro. Ecco perché consiglio cautela sul lusso, a meno che non si assista a un’attenuazione delle sanzioni verso la Russia ». Salcioli di Banca Imi mette in guardia dai comparti dell’energia e delle utility, che, acquistando materie prime denominate in dollari, tendono a risentire dell’apprezzamento della valuta. «Bisogna poi considerare – aggiunge Salcioli che l’incremento di valore del dollaro non ha compensato la discesa dei prezzi del greggio come in passato; ciò significa che l’energia in euro costa meno per chi la compra. Un effetto che potrebbe consentire al “sistema Italia” un sostegno in misura dello 0,5-0,6% del Pil». Almeno una buona notizia tra le tante turbolenze che, sui mercati finanziari, la caduta dell’oro nero sta creando. Qui a lato, il cambio eurodollaro: dagli attuali 1,24 scenderà fino a 1,16 ma gli analisti prevedono che per la fine del 2015 il rally sarà finito

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