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Il superdebito sfonda i 2 mila miliardi

ROMA — Se è vero che i numeri sono una delle chiavi interpretative della realtà, ebbene ce n’è uno che, per la sua forza simbolica, merita una qualche attenzione: 2.000 miliardi. É questo l’ammontare del debito pubblico italiano ad ottobre, secondo stime ufficiose degli economisti della Banca d’Italia che hanno già fissato in 1.995,1 miliardi il record di settembre. Questi stessi esperti però fanno notare che a fine anno, per una serie di ragioni anche tecniche, non ultimo il sollievo degli incassi sugli acconti, è atteso un ridimensionamento ben al di sotto di quota 2.000 e pure del picco settembrino.
Quale che sia l’esito finale di questa corsa verso il baratro, la sostanza del problema cambia poco: 2.000 miliardi di debito, siano essi centrati, superati o anche solo sfiorati, sono una soglia psicologica, un fardello pesante, un Moloch che grava sull’economia e la rende vulnerabile alle fluttuazioni degli spread. Significano un rosso di oltre 33 mila euro a testa per ciascun dei 60 milioni di italiani, dai neonati agli anziani: 33.333 periodico, per l’esattezza. Una montagna di soldi.
Il ministro dell’economia Vittorio Grilli giura che questo ennesimo boom «non è nulla di sorprendente», perché è chiaro che finché non si raggiunge il pareggio di bilancio il debito lievita: «Questo non significa che l’aumento non debba spingerci a rinnovare gli sforzi per la sua riduzione». Ma è anche chiaro che se il Pil non cresce, perché c’è la crisi, la percentuale del debito sul Prodotto interno lordo, che è uno dei parametri-chiave anche ai fini di Maastricht per valutare lo stato di salute di un paese, è destinata ad aumentare. E dunque il debito va, nonostante le tante riforme approvate dal governo Monti, (dalle liberalizzazioni alle pensioni e al lavoro) che sono armi efficaci, ma con effetti ritardati. Così, proprio per via del denominatore bloccato dalla recessione, sotto il governo dei tecnici il debito- Pil rischia di attestarsi a fine anno al record del 126,4%, secondo le ultime stime del ministero delle Finanze; nel 2011, dopo una lunga escalation, Berlusconi l’aveva lasciato al 120,6%. Va detto però che nel dato record di quest’anno, ci sono dentro gli aiuti internazionali ai paesi euro in difficoltà. Grilli l’aveva preannunciato alla Camera, fin da luglio e previsto dal Def. L’incremento – spiegò allora- «è dovuto ai programmi di assistenza per Irlanda, Portogallo e Grecia e ai versamenti dovuti per il fondo europeo Esm, pari a circa 3 punti percentuali di Pil nel 2015, a regime». Poi ci sono anche i possibili aiuti alle banche spagnole.
Se si osserva un grafico dedicato al delicato rapporto tra debito e Prodotto interno lordo, la colonna del debito appare sinuosa, con una testa piccolina negli anni Settanta, governi Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, quando la percentuale sul Pil oscilla intorno al 40-50%; con una gran pancia nel decennio successivo specie durante il governo Craxi, (qui la percentuale del debito sul Pil raddoppia, superando l’80%). L’andamento a «esse» si perpetua negli anni. Così, nel 1992-93, quando Amato si trova un’Italia «sull’orlo del baratro», il debito-Pil oscilla intorno al 115%. Le cose migliorano nel periodo dell’ingresso dell’Italia nell’euro (Ciampi, Prodi). La discesa prosegue anche dopo, ma ormai il rapporto è stabilmente sopra il 100%. Negli ultimi quattro anni riesplode.

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